Visto con i nostri occhi
I giovani, una riserva di energia inutilizzata
È uscito il rapporto Istat 2016 sulla condizione giovanile e i giornali lanciano definizioni che non rispecchiano veramente quello che i ragazzi sono
15/06/2016

Elena Bonetti

È uscito il rapporto Istat 2016 e, come sempre, compaiono sui giornali definizioni sulla condizione giovanile che, confesso, tendono ad irritarmi: giovani “poco occupati, poco coinvolti, barricati”. In voga tempo fa il termine “sdraiati”. Peccato che, invece, chi questi giovani li incontra concretamente (nella scuola, nelle università, nelle associazioni, nei luoghi in cui in qualche forma possono trovare autenticità per essere loro stessi) li vede decisamente ritti e in piedi.
È incontestabile che Istat riporti dati allarmanti: livello di disoccupazione e inattività ancora alto. L’incidenza dei Neet (i giovani che non lavorano né studiano) diminuisce al 25,7% rispetto l’anno precedente, ma rimane di oltre 6 punti maggiore del livello del 2008 ed è distribuita in modo disorganico nel Paese. Diminuisce anche il tasso di occupazione dopo la laurea, l’ascensore sociale pare sempre più bloccato (0,51 indice Gini, 2010), difficoltà di autonomia sociale (il 63% vive in casa con i genitori). Ne esce un’immagine di Paese in cui, per i cosiddetti Millennials, sembrano chiudersi in modo definitivo le possibilità di futuro. Accanto a questi dati se ne evidenziano altri che dicono di una diminuita partecipazione politica, sulla base però di modi partecipativi che, forse, non riescono a catturare l’identità nuova che sta maturando nei giovani di oggi. I dati Istat ci dicono che questo Paese non ha ancora attivato dinamiche capaci di liberare in modo significativo le energie e le potenzialità dei suoi giovani cittadini. Nello stesso rapporto si evidenzia, ad esempio, come dato rassicurante, il successo dei (pochi) giovani che hanno intrapreso attività imprenditoriale rispetto alla generazione che li precede.
È una sorta di potenziale intatto di questa generazione, è la riserva di bene inutilizzato di cui disponiamo, l’energia alternativa di una società che ha consumato davvero tutto il resto… un’energia che reclama spazio nella società, perché vuole assumersi responsabilità più grandi” (Laffi, Quello che dovete sapere di me, ed. Feltrinelli).
La sfida è cogliere le risorse che la generazione dei giovani adulti sta attivando per fare fronte a un cambiamento di paradigma storico e sociale. Ricordo con interesse un intervento di Mauro Magatti sul Corriere della Sera del 16 febbraio scorso: “Nella oscillazione tipica della vita sociale tra il polo privato dell’Io e il polo pubblico del Noi, le nuove generazioni si pongono alla ricerca di un equilibrio nuovo, capace di trovare un punto di mediazione più avanzato rispetto a quello che noi siamo stati capaci di fare” e questo viene fatto partendo dalla profonda consapevolezza “che l’etica costituisca una dimensione irrinunciabile per raggiungere una prosperità che è vista come individuale e insieme collettiva”. Il tema non è più quello del partecipare politico in schemi di parti sociali che si contrappongono. Mi pare che oggi la politica giovanile sia vissuta come esperienza di cittadinanza nei modi propri di questa generazione, così capace di costruire relazioni (sociali e social), nella ricerca di dinamiche etiche autentiche, di giustizia e verità, di attenzione alla collettività. La generazione di cui parliamo, rispetto alla precedente, è forse meno in ansia per un modello di futuro che si vede sgretolare tra le mani, perché questi giovani (lo dicono i numeri) sono cresciuti consapevoli di non disporre di un modello. Una generazione quindi forse più libera di poterlo costruire questo futuro, già oggi e qui.
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