Visto con i nostri occhi
I lager: la memoria e le domande difficili
La visita dei luoghi che sono stati teatro del genocidio operato dai nazisti scuote le coscienze e mette a nudo le miserie della nostra civiltà
27/01/2017

Paolo Lomellini

Lo scrittore cristiano Geroges Bernanos diceva che chi vuole cercare la verità dell’uomo deve sapersi misurare con il dolore e farsene padrone. Strada giusta ma alquanto difficile e i campi di sterminio nazisti ne sono un esempio. Personalmente tra le esperienze più sconvolgenti della mia vita: la visita dei lager di Mauthausen, Dachau e Auschwitz-Birkenau, della Risiera di San Sabba, la casa di Anna Frank ad Amsterdam, il museo memoriale Yad Vashem a Gerusalemme.
Le domande difficili nascono e crescono spontanee. Perché (se lo chiedeva Benedetto XVI ad Auschwitz) Dio ha permesso un tale abbruttimento violento dell’uomo? Dove sono finiti secoli di cultura fatta di umanesimo e tolleranza, le radici cristiane…? È questo il frutto della nostra “cosiddetta civiltà occidentale” (espressione di papa Francesco) così orgogliosa di se stessa e convinta della sua “superiorità”? E come dimenticare le provocazioni angosciate di Primo Levi: se questo è un uomo…, com’è possibile pensare a una Provvidenza divina a fronte delle camere a gas, dei forni crematori, delle torture sistematiche e di massa? Com’è possibile l’imbecillità e la cattiveria di quanti ancora oggi vorrebbero minimizzare o addirittura riscrivere quella pagina di storia dolorosa e vergognosa?
Come siamo piccoli di fronte alla misericordia di Dio, così paradossalmente diventiamo piccoli e balbettanti di fronte alle enormità di male di cui siamo capaci.
Il memoriale Yad Vashem di Gerusalemme, idealmente, riassume in sé il dolore e la violenza consumata nei tanti lager che hanno costellato l’Europa. C’è un edificio, che ricorda le vittime più giovani del nazismo, a dir poco struggente: si attraversa un buio profondo con piccolissime luci che vanno e vengono come fioche stelline che a stento emergono negli spazi siderali notturni. Una voce grave, lenta ma inesorabile, scandisce in sottofondo il nome, l’età e la provenienza delle vittime di questa strage di innocenti. In un altro edificio suggestivo i nomi dei campi di sterminio sono incisi in un pavimento profondo e oscuro, rischiarato da una fiaccola.
Negli spazi all’aperto vi sono statue moderne, spesso di volti e corpi sfigurati e deformati dalla oppressione, dal dolore e dalla disumanità incombente.
Uscendo si incrociano due scritte. La prima, tratta dal libro di Gioele, è sulla necessità di fare memoria tra una generazione e le successive: un dovere per noi uomini. La seconda, dal libro di Ezechiele, racconta di Dio che pone lo spirito e fa rivivere le ossa aride: la speranza che l’ultima parola spetti al Dio della vita e dell’amore e non alla ingiustizia e alla morte. Anche in un luogo così terribilmente impregnato e segnato dalla memoria del dolore, e della morte ingiusta e violenta è possibile uno spiraglio di luce e di speranza.
La Cittadella Mantova La Cittadella Mantova