Visto con i nostri occhi
I primi vent’anni di Casa San Simone
In questa intervista Davide Boldrini, responsabile della struttura, traccia un bilancio dell'attività svolta e parla dei progetti per il futuro
01/12/2016
Roberto Dalla Bella

Una piccola piantina che, grazie all’impegno quotidiano, è diventata un albero forte e rigoglioso, capace di dare frutti in nome della solidarietà e dell’attenzione al prossimo. Il Centro di Ascolto e Servizi Accoglienza “San Simone” festeggia i primi due decenni di attività: un’esperienza lunga e intensa, arricchita dal contributo di numerosi volontari, partita il 15 giugno 1996.
La struttura, che attualmente ha sede in via Arrivabene a Mantova, è un luogo d’incontro dove chiunque può trovare un pasto caldo, vestiti puliti o anche solo qualcuno disposto ad ascoltare. L’anniversario è l’occasione per fare un bilancio del cammino, insieme al responsabile Davide Boldrini.

Casa San Simone rappresenta una svolta nel servizio della Chiesa al povero. Com’è nata questa realtà e con quali intenzioni?
La prima tappa importante è stata nel 1993, con l’avvio del progetto Agape. All’epoca era emersa la necessità di agire non più come singoli gruppi di persone, ma coinvolgendo le parrocchie. Far nascere Agape e in seguito Casa San Simone ha voluto dire questo, cioè che la carità al povero dev’essere espressione di comunità che organizzano e portano avanti iniziative e servizi. Ciascuna realtà da sola può fare poco, ma messe insieme possono creare azioni significative: per i poveri, per le comunità, per la città. È quindi un segno di attenzione reso dalle tante voci che compongono la nostra Chiesa affinché diventi un momento di dialogo con tutta la città.


Quali sono stati i servizi e le iniziative che hanno caratterizzato in questi vent’anni San Simone?
La nostra attività è partita per rispondere ai bisogni essenziali dei poveri che si rivolgevano a noi: cibo, abiti puliti, la possibilità di fare una doccia. Questo però non basta a raccontare il cuore del problema: il servizio al povero impone di considerare le persone prima delle necessità materiali. I bisogni, infatti, si ripetono nel tempo con il rischio di ridurre l’aiuto a un insieme di gesti meccanici, come se le persone fossero cestini vuoti da riempire di cose. Perciò l’elemento più importante di Casa San Simone è il centro d’ascolto: quando si dà attenzione alla persona per conoscerla, capire da dove viene e come si è trovata in una condizione di disagio nasce una relazione che può spingere a cambiare la loro vita. L’esperienza di Casa San Simone insegna che le persone, prima ancora che risposte, cercano comunità disposte a accompagnare le loro domande. Questa è la sfida che Casa San Simone pone alla nostra Chiesa: stare accanto alle persone promuovendo cammini di liberazione.

L'intervista completa si trova a pag. 5 del settimanale in edicola.
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