Visto con i nostri occhi
«Mancanza di fondi e troppa burocrazia ci spingono all'estero»
Una giovane mantovana emigrata a Oxford spiega il paradosso della ricerca in Italia: tanti talenti che però non riescono a esprimersi
23/03/2016
Roberto Dalla Bella

«Mi sono sentita dire che per fare ricerca avrei dovuto emigrare, perché non ero abbastanza brava per restare in Italia. Io ho accettato la sfida e adesso sono a Oxford, in uno dei migliori atenei al mondo». La motivazione, quella molla che spinge a raggiungere un traguardo anche quando tutto sembra andare storto, può avere varie forme: la consapevolezza del proprio talento, la volontà di emergere e affermarsi oppure la voglia di rivalsa.
Quest’ultima viene spesso sottovalutata, eppure forse è la più efficace. Lo dimostra la storia di Paola Barbagallo, una ricercatrice 26enne di Mantova che dopo gli studi universitari in biotecnologie tra Verona e Bologna si è trovata a pensare al suo futuro. «Non ce la farai mai» le dicevano. Parole che a tanti potrebbero tarpare le ali, ma che nel suo caso hanno funzionato come una leva per sognare ancora più in grande.
«Mentre stavo riflettendo su dove fare il tirocinio per scrivere la tesi magistrale, ho visto l’annuncio di un bando sul sito dell’Università di Oxford», racconta. «Anche se con poche speranze, mi sono candidata e alla fine sono stata presa. Concluso lo stage, mi hanno chiesto di rimanere nel dipartimento di neuroscienze per il dottorato. Ho accettato molto volentieri: inizierò a ottobre e mi occuperò di Sclerosi Laterale Amiotrofica e demenza frontotemporale».
La sua esperienza personale mette in luce i buchi di un sistema che ogni anno “brucia” migliaia di talenti (come sottolineato nell’altro articolo in pagina). Da una parte la passione per la ricerca scientifica, dall’altra i posti limitati, la mancanza di fondi e l’elevata competitività che portano tanti a lasciare il Paese.

Quali sono stati i problemi principali che hai incontrato in Italia?
La difficoltà maggiore è la burocrazia, che finisce per allungare i tempi. Il materiale non arriva, mancano i fondi, si rompono gli strumenti, quindi anche solo per fare un esperimento di due giorni ci si impiegano settimane.

Com’è stato trasferirsi all’estero e che ambiente hai trovato?
Non è stato semplice partire. Ho cambiato città, Paese cultura: un mondo completamente diverso, insomma. Tuttavia, a Oxford sono stata accolta a braccia aperte. Anche se non ti conoscono, ti danno tutti i mezzi per “giocare” con le tue idee. È vero che c’è molta pressione, ma in fondo il nostro mondo è questo e ogni giorno c’è una prova da affrontare. Rispetto all’Italia, però, qui puoi farlo nelle migliori condizioni.

Lavorare all’estero è sempre stato un tuo obiettivo o hai colto un’opportunità che si è presentata?
Ho iniziato a pensarci seriamente durante il primo tirocinio, alla triennale. Io adoro l’Italia, però in questo mondo è necessario fare esperienze all’estero. Innanzitutto per migliorare l’inglese, che noi dobbiamo utilizzare tutti i giorni. Poi perché apre la mente, ti fa scoprire una realtà diversa che arricchisce sul piano umano.

Questa esperienza come ti ha cambiata?
Credo molto di più in me stessa, perché ho affrontato tutto da sola. Quando vedi che ce la fai nonostante ti sia stato detto che non ci saresti riuscita, cominci davvero a avere più fiducia più in te stessa. È un’esperienza di vita che ti porta a vedere le cose con altri occhi.

Hai intenzione di restare in Inghilterra o un giorno tornerai in Italia?
Io spero di poter tornare in Italia ma, se le cose non cambiano, non potrò farlo appena finito il dottorato. Quindi per almeno tre anni e mezzo resterò qui. Devo tornare con qualche esperienza e pubblicazione per poter avere un punteggio maggiore in eventuali concorsi. Però non nascondo che in futuro mi piacerebbe tornare, assolutamente.

Se potessi parlare al Ministro della Ricerca, cosa gli diresti per migliorare la situazione?
Di non guardare questo mondo dall’esterno, ma ascoltare la voce dei ricercatori perché solo così si può capire quale sia la verità. Magari da fuori sembra che noi giochiamo con pipette e provette, però in realtà cerchiamo di fare del bene all’umanità e per riuscirci bisogna fare in modo che ci siano migliori condizioni di lavoro per tutti.
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