Visto con i nostri occhi
Il «chiodo fisso» di Paolo VI
Il vescovo Marco Busca parla del Papa proclamato santo. «Figura ponte» con il mondo moderno, Montini visse con intensità l’amore per la Chiesa
29/10/2018
Alla canonizzazione di Paolo VI, avvenuta il 14 ottobre scorso in piazza San Pietro a Roma, era presente anche il vescovo Marco Busca. «Ho vissuto la celebrazione con particolare intensità», confida. Il motivo è senza dubbio legato al fatto che sia papa Montini, sia il vescovo Marco sono figli della terra e della Chiesa bresciana. A pochi giorni dalla canonizzazione, il vescovo ci ha rilasciato un’intervista per “La Cittadella”.
Paolo VI è il papa del Concilio Vaticano II, che ha traghettato la Chiesa in un aggiornamento delicato. Che cosa dire del suo rapporto con la Chiesa?
San Paolo VI diceva che la Chiesa era il suo “chiodo fisso”. È per servire la Chiesa che ha assunto fino in fondo le responsabilità che gli furono chieste. Gli studiosi dicono che, al Concilio, Paolo VI volle assicurare la quasi unanimità nell’approvazione dei documenti perché non voleva che si chiudesse con vincitori e vinti; agì da garante dell’ortodossia con la volontà di perseverare nella genuina verità del Vangelo e al contempo di saperla riproporre all’uomo moderno. Ma la ragione dell’enorme lavoro svolto è l’amore per la Chiesa.
Il Papa bresciano rappresenta al contempo una figura ponte tra la Chiesa e il mondo moderno.
Paolo VI ardeva di un appassionato desiderio di conoscere il mondo verso il quale la Chiesa è debitrice del Vangelo. Conscio del divorzio plurisecolare tra fede e cultura, Montini cercò di accorciare le distanze anzitutto incontrando artisti, giornalisti, gente di spettacolo, del mondo della moda. La sua idea del «dialogo a cerchi concentrici» (tra cristiani, con le altre religioni e gli atei) è condensata nell’enciclica Ecclesiam suam. Sappiamo che egli ebbe un ruolo di stimolo nella stesura della costituzione conciliare Gaudium et spes, un documento non facile da far passare per il sospetto che fosse più un testo di sociologia che di teologia.
L’attenzione al dialogo ha avuto probabilmente la sua massima espressione nella visita all’Onu, nel 1965.
Sì, all’Onu Paolo VI parlò davanti ai rappresentanti di 117 nazioni. Si presentò non come un maestro di civiltà venuto a impartire lezioni magistrali ma come il portavoce di una Chiesa «esperta in umanità» che da secoli cammina sulla strada della storia. Il messaggio del pellegrino vestito di bianco era semplice e alto: «Non più la guerra! L’umanità deve porre fine alla guerra o la guerra porrà fine all’umanità!».
Un momento delicato del suo pontificato fu la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae (1968). È un testo anacronistico o ancora attuale?
L’apertura alla vita era un tema delicato e controverso in quegli anni. Nel 1968 giungeva al suo apice l’utopia della «liberazione sessuale» che comportava come insuperabile condizione l’uso degli anticoncezionali artificiali. Nello stesso anno si iniziò a parlare della «bomba demografica», un boom di nascite per cui nel giro di pochi anni si sarebbe avuto sul globo più bocche da sfamare che pane. Il rimedio? La pianificazione delle nascite. In questo clima l’enciclica parve quanto meno anacronistica al mondo occidentale, mentre dai Paesi del Terzo mondo fu salutata positivamente come una coraggiosa dissociazione della Chiesa dall’ideologia antinatalista dei ricchi Paesi occidentali.
Sull’atteggiamento da tenere verso il Terzo mondo, Paolo VI espresse la sua posizione durante la già citata visita all’Onu.
In quella circostanza, egli disse: «Voi dovete procurare di far abbondare quanto basti il pane per la mensa dell’umanità; non già favorire un artificiale controllo delle nascite, che sarebbe irrazionale, per diminuire il numero dei commensali al banchetto della vita». Circa tre anni dopo, nell’Humanae vitae,
è proposta la soluzione del problema demografico che si ottiene con una «provvida politica familiare, una saggia educazione dei popoli, rispettosa della legge morale e della libertà dei cittadini». Parole attualissime, più comprensibili e condivisibili ora che alcuni decenni fa quando furono pronunciate.
Perché Paolo VI è una figura meno popolare rispetto a Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II?
È vero che alcune etichette del Papa serioso, mesto, aristocratico sono state attribuite a Paolo VI e spesso in modo frettoloso. La sua è certamente una figura poliedrica che non si presta a facili semplificazioni. Nella sua personalità convivono l’intellettuale, il diplomatico e il pastore. Con l’elevazione al pontificato, Paolo VI si cimentò in un ministero dalle proporzioni universali e la scelta del nome stesso corrisponde allo zelo missionario dell’apostolo delle genti. Basti ricordare un passaggio del celebre discorso a Manila (1970): «Gesù Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annuncio… Il Papa è venuto qui fra voi, e ha gridato: Gesù Cristo!».
Secondo lei, c’è qualche somiglianza tra il pontificato di Paolo VI e quello di Francesco?
Sì, anzitutto l’attenzione per i poveri: basti pensare che fu Paolo VI a sollecitare la nascita della Caritas Italiana. Il programma di una Chiesa povera, oltre che dei poveri e per i poveri, egli lo esternò nell’enciclica Popolorum progressio (1967), nella scelta della meta dei suoi viaggi apostolici, privilegiando i Paesi più segnati dalla povertà (Colombia, Uganda, India).
Ai poveri, Paolo VI donò la sua tiara.
Certo, il 13 novembre 1964, al termine di una solenne liturgia in rito bizantino con il Patriarca dei Melchiti, un prelato prese la parola e annunciò che il Papa, consapevole che la Chiesa è sempre stata madre dei poveri, aveva deciso di donare a loro la sua tiara. Paolo VI, allora, si recò all’altare e, tra le acclamazioni dei presenti, depose la tiara sulla mensa.
Paolo VI e Francesco hanno in comune il «magistero dei gesti».
Certamente. Il «magistero dei gesti» in Francesco è subito evidente, ma anche il più aristocratico Paolo VI impressionò per alcuni gesti di forte impatto. Ne vorrei ricordare uno che è passato un po’ sottovoce: quello di inginocchiarsi davanti alle persone. Nel suo viaggio in India, nel 1964, il Papa conferì la prima Comunione a un gruppo di orfani e si inginocchiò davanti a ciascuno nell’atto di porgere l’ostia consacrata. Il gesto ritorna nell’incontro con la delegazione ufficiale del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, guidata dal metropolita Melitone, il 14 dicembre 1975. Al termine della celebrazione nella cappella Sistina, Paolo VI si avvicinò al metropolita, gli si inginocchiò davanti e gli baciò i piedi.
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