Visto con i nostri occhi
Il lavoro e il tempo: un rapporto incrinato
C’è chi ha troppo tempo libero perché non trova lavoro, c’è chi non ne ha perché preso da orari e turni di lavoro convulsi
05/05/2016

Paolo Lomellini

Attorno alla Festa del Lavoro del 1° Maggio c’è stato un episodio riportato dalle cronache dei giorni scorsi su cui vale la pena riflettere. I sindacati avevano proposto, proprio per la giornata del 1° Maggio, lo sciopero da parte di quanti sono “forzati” a lavorare durante le feste pur non svolgendo attività di stretta e inderogabile necessità. Era ovvio il riferimento particolare ai centri commerciali che ormai seguono orari di apertura più o meno “selvaggi”, un vero e proprio Far West. Un fenomeno questo, lo avranno notato anche i più distratti, che si sta massicciamente diffondendo anche nel nostro territorio.
L’iniziativa poi è finita nel nulla. Troppe pressioni: c’è la crisi, occorre vendere, il rischio di perdere il posto, e via discorrendo. Impossibile “osare” lo sciopero. Poche settimane fa ci sono stati casi di aperture perfino nel giorno di Pasqua…
Un po’ è l’effetto della crisi, un po’ è anche la moda che si sta sempre più diffondendo per cui nei giorni di festa anziché stare in famiglia, andare al cinema o fare una passeggiata ci si rifugia a fare shopping nei centri commerciali, ormai divenuti i nuovi “Templi” della società secolarizzata.
Comunque lo si guardi, il fenomeno è la spia sensibile del nostro rapporto deteriorato e anche un po’ schizofrenico con la dimensione del tempo. C’è chi ha troppo tempo libero perché non trova lavoro, c’è chi non ne ha perché preso da orari e turni di lavoro convulsi. Siamo progressivamente risucchiati in un vortice, all’apparenza irrefrenabile, turbolento e in buona sostanza privo di senso.
Dubito infatti, stando a quanto si può osservare, che questa spirale abbia almeno un senso economico. La via maestra per vendere di più (e far “girare” il motore dell’economia) non è tenere aperti più a lungo gli esercizi commerciali. Forse sarebbe più saggio cercare di ridurre le crescenti disuguaglianze che erodono a livelli inaccettabili il potere d’acquisto di una fascia consistente della popolazione.
Questa deriva inoltre mostra un’altrettanto critica mancanza di senso in termini umani e di valori. C’è una perdita di ritmo e respiro nell’alternanza tra tempo del lavoro e tempo della festa, una perdita che rischia di renderli confusi e indistinti (per inciso era uno dei temi principali sviluppati nel Convegno Ecclesiale di Verona del 2006) .
Anche alla luce della spiritualità cristiana possiamo aggiungere qualche utile considerazione. Mi riferisco in particolare alla rilettura aggiornata che ha fatto negli ultimi anni Enzo Bianchi sui vizi capitali (o pensieri malvagi, secondo la tradizione orientale). Nella sua analisi approfondita, il Priore di Bose collega una di queste malattie spirituali, la tristezza, proprio a un rapporto sbagliato con il tempo. Si vive in un presente chiuso in se stesso, agitato e poco sereno. Il passato è sradicato oppure sorgente di nostalgie depressive. Il futuro o è rimosso o appare oscuro, fonte di incertezza e ansia.
A ben riflettere, le antiche sapienze hanno ancora molto da dire e insegnare all’uomo di oggi.
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