Visto con i nostri occhi
Il lavoro 'nero' può partire dai campi e finire nei nostri piatti
Un primo allarme risale al 2013, quando alcune inchieste giornalistiche di testate del Nord Europa denunciarono lo sfruttamento e le drammatiche condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori migranti
01/04/2016
Marco Pirovano

Un primo allarme risale al 2013, quando alcune inchieste giornalistiche di testate del Nord Europa denunciarono lo sfruttamento e le drammatiche condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori migranti, impegnati in particolare nella raccolta del pomodoro in Puglia. Più di recente se ne sono interessate alcune associazioni di consumatori del Nord Europa e alcune catene di distribuzione che importano prodotti agricoli italiani. Di certo sulle irregolarità nei lavori agricoli non possono confortarci i dati sulle oltre 8.500 ispezioni del 2015 che hanno accertato oltre 6.000 lavoratori irregolari e 3.600 “in nero”, con 713 casi riconducibili all’interposizione di manodopera e al caporalato. Per contrastare questi fenomeni è nata la “rete del lavoro agricolo di qualità”, un’iniziativa del Ministero delle Risorse agricole partita a settembre 2015 che punta a certificare le imprese agricole corrette su base volontaria, senza peraltro richiedere la congruità tra manodopera occupata, dimensioni aziendali e relative produzioni. Purtroppo a distanza di sei mesi sono pochi gli imprenditori agricoli che hanno aderito ed è mancato il sostegno convinto delle loro organizzazioni.

Gli “intoccabili”
Ma se i datori di lavoro e gli eventuali intermediari sono responsabili di questa piaga sociale, una seria analisi deve comprendere anche altri soggetti. Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas Italiana, invita a «prendere in esame il ruolo dei cosiddetti “intoccabili”, coloro che nella lunga filiera produttiva hanno un ruolo determinante e di cui nessuno parla o vuole parlare» e punta il dito contro i «marchi della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), passando per le industrie di trasformazione e i commercianti, i quali di solito hanno il controllo delle organizzazioni che determinano i prezzi del raccolto». Da tempo i grandi supermercati si fanno la guerra a colpi di offerte e promozioni con prezzi d’acquisto sempre più bassi. Il rapporto Nomisma, elaborato nel 2014 su richiesta dell’Associazione Distribuzione Moderna, indica che per 100 euro spesi dal consumatore per prodotti alimentari, detratti i costi restano solo 3 euro di utili da dividersi tra ristorazione, distribuzione, ingrosso, industria e agricoltura. E con margini così limitati rispetto ai costi di produzione è chiaro che si avvia una catena di sfruttamento che parte dal lavoro “grigio”, dove contratti e buste paga sono impeccabili, ma non corrispondono alle ore di lavoro effettive, per arrivare fino al lavoro “nero”.

Una nuova responsabilizzione della filiera
Questa situazione richiede non tanto nuove leggi, ma una responsabilizzazione dell’intera filiera che riporti ad un’equa redistribuzione della redditività. Se la grande distribuzione vende un prodotto a un prezzo inferiore al suo costo industriale, qualche domanda bisognerebbe porsela. Oggi, di fronte a questo scenario preoccupante, esiste già la possibilità di scegliere consapevolmente rispetto all’origine del prodotto, ai singoli fornitori e alle condizioni di lavoro, attraverso etichette che indicano chi opera correttamente e secondo le aspettative dei consumatori più attenti. Del resto le esperienze dei Gruppi di Acquisto Solidale e del Commercio Equo e Solidale stanno facendo scuola da tempo. Qualcuno dirà che sono poca cosa di fronte a milioni di tonnellate di prodotti venduti dalla GDO? Forse, ma è comunque un segnale forte e inequivocabile che accanto alle garanzie sulla salubrità degli alimenti, sul rispetto dell’ambiente, occorre promuovere e sostenere un’etica del lavoro dai campi fino alla tavola.
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