Visto con i nostri occhi
Il male schiaccia l'uomo ma non allontana da Dio
Dialogo con don Lino Azzoni, per otto anni cappellano del carcere, e il suo successore don Andrea Mesesan. Portare il Vangelo tra i detenuti vuol dire tenere accesa la speranza
07/10/2019
Facendo riferimento alla condizione carceraria, c’è chi pensa che la “vita” sia altrove. Non la pensa così don Lino Azzoni, per otto anni cappellano della casa circondariale di Mantova in via Poma. «Non esiste un posto senza Dio», sostiene, dimostrando così piena sintonia con papa Francesco che il 14 settembre, in piazza San Pietro, così si è espresso a chi opera e vive in carcere: «Il Vangelo è per ricercatori instancabili di ciò che è perduto, annunciatori della certezza che ciascuno è prezioso per Dio». «Mi è caro il ricordo di coloro che in me hanno saputo vedere un padre mentre tentavano di ricostruire una propria dignità – afferma don Azzoni –. Il mio pensiero va a chi vive nella solitudine di una cella, abbandonato dalla famiglia, ma soprattutto a coloro che hanno toccato con mano la presenza intima di Dio nella carne viva della sofferenza».
«Spesso il male di vivere ho incontrato», scrive il grande poeta Eugenio Montale. Don Azzoni ne sa qualcosa: «Mi si apre il cuore quando penso che quella croce che ha travolto gli amici detenuti, Cristo se l’è addossata per riscattarla, per trasfigurarla con un gesto di amore». Egli ritiene che il cristiano debba rivedere il proprio rapporto con chi è in carcere, pensando a Dio che si è abbassato alla condizione umana e ha avuto misericordia di loro come anche di noi. «Lo dico per averlo sperimentato – aggiunge don Lino –: in tutti, infatti, è radicato il bisogno di Dio Padre che sempre ci viene a cercare». In carcere ci sono romeni, arabi, albanesi, italiani e anche mantovani. Devono scontare tra i sette e i dieci anni per rapina, spaccio, ricatto e altri tipi di violenza. «E tuttavia, quante volte – continua – ho incontrato persone in lacrime che non si davano pace per aver fatto soffrire coloro a cui volevano bene». «Come Gesù sulla croce – prosegue don Azzoni – molto più spesso ho incontrato il ladrone buono. Intendiamoci, ogni detenuto deve fare il suo cammino, durante il quale sperimenta, pur nella sofferenza, nella fragilità, momenti di forte emozione: di un’anima che pur con una ferita sempre aperta, parla di se stessa con tratti di profonda umanità».
La Chiesa deve contribuire alla costruzione di ponti tra il carcere e la società civile. A Brescia e a Bergamo esistono già strutture per il reinserimento graduale del detenuto nella comunità, grazie al lavoro e a nuove forme di relazione. Il carcere come misura redentiva e non punitiva per ricostruire la propria identità. «Da qui il mio impegno per favorire il dialogo personale – sostiene don Azzoni – e inoltre la partecipazione alla catechesi, ai sacramenti, alla Messa. Vi sono poi diverse attività utili svolte dai detenuti e favorite da un gruppo di volontari. Certo si potrebbe fare di più».
Dallo scorso 1ºsettembre, don Azzoni ha lasciato il suo incarico di cappellano a don Andrea Mesesan, di origine romena, che mantiene il ruolo di assistente spirituale delle comunità romene cattoliche di rito bizantino di Mantova e Ostiglia. «Tutto è partito dall’incontro personale con il vescovo Marco Busca – racconta don Mesesan – che ha accettato il mio inserimento in diocesi. Mi ha chiesto per due anni di incontrare una volta alla settimana i detenuti. Da qui l’attuale incarico». «Ho potuto subito sperimentare – continua – come il carcere ferisca la dignità umana, ma anche come nascano piccoli frutti tra chi avverte e matura il desiderio della vera libertà: quella spirituale. Il più delle volte si tratta di persone che non hanno vissuto il vero bene, specie in famiglia».
Don Mesesan vede, nei volti dei detenuti, un’umanità schiacciata dal male ma nel loro cuore esiste una leggera fiammella di speranza e di luce. «La comunità cattolica – sostiene – dovrebbe pregare di più per questi fratelli e in qualche modo sostenerli. Come cappellano mi propongo di portare dentro un po’ di umanità, attraverso l’ascolto personale e la Parola di Dio». Don Azzoni e don Mesesan, due testimoni di un Vangelo “vivo”. Essi ci ricordano che la sofferenza è nella condizione di ogni uomo. A tale proposito è illuminante il pensiero di Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari: «Tutto quello che ci succederà acquisterà un significato nuovo perché è offerto dalla mano di Dio che è amore. E prima o poi ci accorgeremo, guardando con gli occhi dell’anima, che un filo d’oro lega avvenimenti e cose, componendo un magnifico ricamo: il disegno, appunto, di Dio su ciascuno di noi»
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