Visto con i nostri occhi
Il mondo dei bianchi come appare agli africani
È un momento cruciale della storia, stanno avvenendo trasformazioni non reversibili o rimandabili che incideranno sulla nostra vita di occidentali, rendendola certamente più scomoda, togliendoci qualche diritto che ritenevamo indiscutibile
26/10/2016
don Matteo Pinotti

Il mondo sta cambiando, proprio in questi nostri anni, e non serve ignorarlo o avere nostalgie. È un momento cruciale della storia del mondo, stanno avvenendo trasformazioni non reversibili o rimandabili che incideranno sulla nostra vita di occidentali, rendendola certamente più scomoda, togliendoci qualche diritto che ritenevamo indiscutibile. Questo avverrà comunque, qualunque cosa decidiamo di fare: anche costruire un muro come fecero i cinesi e come propone Trump sarà comunque molto dispendioso. Non sempre chi nasce dopo è più fortunato di chi è vissuto prima. Nei punti che seguono vorrei sottolineare la complessità di questa situazione partendo da un punto di vista africano; penso che prima di proporre soluzioni, dobbiamo accettare di prenderci il tempo e di fare la fatica di capire.
La distinzione precisa tra emigrati per motivi economici e emigrati per problemi politici o di guerra è impossibile. La persecuzione politica ha come primo mezzo togliere le risorse economiche agli oppositori. La guerra civile ha come primo effetto la rapina e il saccheggio da parte delle truppe nemiche, oppure l’appropriazione e il sequestro da parte di quelle amiche, con lo stesso risultato per la popolazione. In questo mese sono passati da Lare circa 20.000 nuovi rifugiati dal Sud Sudan. Da cosa scappano? Certo dalla guerra, ma a giudicare dal loro aspetto, soprattutto dalla fame.
La distinzione tra immigrati e rifugiati è inesistente. Rifugiato secondo la definizione ONU indica chi è accolto per un periodo breve, al massimo 3 o 4 anni, per poi essere rimpatriato. Questo finora non è avvenuto quasi da nessuna parte, perché significa anzitutto ricreare strutture e condizioni di vita accettabili nel luogo di origine, ma nei Paesi africani nessuno lo fa. Così qui ci sono campi rifugiati che esistono da oltre 20 anni, tuttora finanziati dall’ONU.
Le difficoltà del viaggio o la cattiva accoglienza nel Paese di arrivo non rallenta il flusso delle persone. Chi è abituato da anni a soffrire la fame e a subire umiliazioni, senza prospettive di miglioramento, se decide di partire per l’Europa non è certo frenato dalla paura dei pericoli e dei maltrattamenti che dovrà affrontare. Ci è abituato, e almeno così sa di avere una qualche possibilità di cambiamento. Di soldati o poliziotti schierati ne hanno già visti tanti, e non con i proiettili di gomma.
Le nuove tecnologie informatiche stanno cambiando il mondo, soprattutto tra i giovani nei Paesi poveri. In passato si poteva tenerli a bada, perché ignoravano le inimmaginabili disparità che ci sono tra chi nasce in un continente e chi nasce in un altro. Ma tra le informazioni che arrivano prevalgono le immagini consumistiche, nessuno aiuta a riflettere su ciò che ci sta dietro. Tutti sanno che l’europeo dispone di soldi, vestiti più belli, cellulare più bello, possibilità di viaggiare e di curarsi meglio. Nessuno insegna loro che l’europeo paga l’affitto, le tasse, il riscaldamento, va a lavorare tutto l’anno per almeno 8 ore al giorno, puntuale anche quando piove.
Tra i Nuer con cui vivo, “uomo bianco” si traduce con “Kaway”, alla lettera: “quello che va a spasso qua e là senza lavorare”. È la prima impressione sui bianchi che loro hanno avuto, anni fa.
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