Visto con i nostri occhi
Il Natale di chi è senza lavoro
A pranzo nella mensa Caritas: dietro ogni volto tante difficoltà ma anche speranza
25/12/2018
«Per Natale sarò qui con loro, insieme a queste persone in difficoltà», dice Lalla, una signora che svolge il servizio di ministro straordinario della Comunione. «Che cos’è per lei il Natale?», chiediamo a Lalla. «È la venuta del Salvatore – risponde –. Gesù nasce povero e ha bisogno del nostro aiuto». Lalla giustamente collega l’Eucaristia ai gesti di solidarietà poiché è volontaria presso la mensa della Caritas di Mantova, in vicolo Monteverdi. Arriviamo alla mensa alle 11.45, il pranzo poco dopo verrà servito. Con spirito cordiale ci accolgono i volontari: Cesarina, Germano, Giacomo, Giorgio, Nadia, Silvano, sei persone della foltissima schiera dei 330 volontari che in Casa San Simone fanno funzionare tutti i servizi. Dalla mensa all’accoglienza, alle docce, alla consegna dei vestiti: ogni opportunità è offerta gratuitamente a uomini e donne che si trovano in situazioni difficili, all’interno di un percorso che prevede un graduale reinserimento sociale. Nella sala della mensa si notano i simboli del Natale, con il presepe e l’albero ricoperto di strisce luccicanti. Verso le 12.15 arrivano le persone per il pranzo: sono ventuno, metà italiani, metà extracomunitari. Il pasto, a base di penne al pomodoro, polpette, peperonata, mandarini, pane al cioccolato offerto da un fornaio, viene consumato rapidamente, in meno di mezz’ora. Tuttavia riusciamo a trovare il tempo per avvicinare qualcuno, che si lascia intervistare. Maurizio, 55 anni, italiano, ha perso il lavoro nel settore dell’edilizia e non è più stato in grado di avere un’occupazione. «Ho presentato un pacco alto così di curriculum – spiega con il gesto delle mani –, ma è dal 2012 che non vedo una busta paga». Situazioni del genere sono sempre più frequenti: chi viene licenziato attorno ai cinquant’anni non riesce più a reinserirsi nel mondo del lavoro, si trova in mezzo alla strada. È il caso di Paolo, altro italiano di 49 anni, con un’attività di ottico alle spalle, poi il licenziamento, il bussare alla porta della Caritas e il rivolgersi al dormitorio pubblico. «Da due anni mi barcameno – racconta –, ma un lavoro vero e proprio non lo trovo. Molti italiani sono nella mia stessa situazione. Il lavoro è dignità e indipendenza, se non ce l’hai sprofondi nella depressione. Io almeno ho avuto il coraggio di farmi aiutare dalla Caritas, però molte persone non hanno la forza d’animo di venire qui». Alla mensa di vicolo Monteverdi incontriamo anche Amed, un cinquantenne arrivato in Italia nel 2003 dal Pakistan; i suoi documenti sono giunti nel 2010, quando ormai era scoppiata la crisi e Amed non è più riuscito a trovare un lavoro. Ora fa qualcosa in campagna. Tom, invece, 40 anni, proveniente dalla Sierra Leone, in Italia dal 2001, un lavoro non ce l’ha mai avuto e svolge l’attività di volontario presso l’housing “Mamrè” a Mottella di San Giorgio. Nonostante le difficoltà, Tom non ha perso il sorriso della speranza e dice: «Per Natale, auguro a me e a tutti amore e felicità». Per coloro che frequentano la mensa della Caritas, il Natale si presenterà tutt’altro che facile, perché la festa metterà ancora di più in evidenza ciò che è venuto a mancare: la famiglia, gli affetti, il ricordo di un passato felice. «Non sarà Natale se cercheremo i bagliori luccicanti del mondo, se ci riempiremo di regali, pranzi e cene ma non aiuteremo almeno un povero, che assomiglia a Gesù, perché a Natale Gesù è venuto povero», ha sottolineato papa Francesco durante l’udienza del 19 dicembre. Occorre saper riconoscere i poveri, i “nuovi poveri” come vengono definiti oggi e come li chiama la direttrice della Caritas diocesana, Silvia Canuti, che incontriamo prima di lasciare Casa San Simone. Sono le persone che hanno perso il lavoro, gli ex carcerati che difficilmente trovano un’occupazione, le famiglie in cui uno solo dei coniugi lavora, a 1.000–1.200 euro al mese, e non riescono a mantenere due figli. «C’è poi il dramma della solitudine – spiega Canuti –. È forse la povertà più grande. Per certi anziani che abitano nel centro storico di Mantova, l’unica “compagnia” è il sentire il rumore dei vicini che vivono accanto. Sono realtà sulle quali riflettere molto».
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