Visto con i nostri occhi
Il segno di Bose
Al fondatore Enzo Bianchi è succeduto il nuovo Priore Luciano Manicardi
01/02/2017

Paolo Lomellini

Il cielo della cronaca della attualità, locale e nazionale, continua con i suoi scorci improntati al grigiore. Estendendo lo sguardo su orizzonti più ampi si notano poi, da più parti, nubi cupe e minacciose. Per una volta, cari lettori, è forse più proficuo riflettere su un fatto apparentemente “minore”, ai margini del chiasso del circo mediatico.
Mi riferisco al “passaggio di testimone” avvenuto nei giorni scorsi alla guida della Comunità monastica di Bose: al fondatore Enzo Bianchi è succeduto il nuovo Priore, Luciano Manicardi. Ci sono diversi motivi per dare risalto a questa notizia. Il primo motivo, mi concedo per una volta un riferimento personale, il grande contributo che la frequentazione di questa comunità mi ha dato per la crescita nella fede. Molto più importante il fatto che le consegne fatte dal fondatore al primo successore sono sempre una tappa delicata e importante per le giovani comunità. L’ultima ragione, ma forse la più importante, è che si tratta di una esperienza-segno che offre indicazioni preziose per il cammino, difficile ma appassionante, della fede dentro i percorsi complessi della modernità. Molte notizie sulla storia, le motivazioni e le attività della Comunità di Bose i lettori le potranno trovare sul sito www.monasterodibose.it.
Qui mi limito a sottolineare alcuni apparenti paradossi (del resto il cristianesimo è un felice paradosso) che caratterizzano positivamente questa comunità monastica.
Il primo è un paradosso di metodo: ovvero da un lato il rigore nel cercare di mettere a nudo tutte le esigenze del Vangelo, senza sconti o scorciatoie, che tuttavia trova il suo contrappunto non nella rigidità, ma piuttosto nella capacità di apertura e dialogo. Saper suscitare domande profonde prima che offrire risposte e ricette preconfezionate. Forse per questo chi va a Bose spesso trova motivo, a seconda dei casi, per riaccendere o rinforzare la domanda e la ricerca sulla fede.
Il secondo è un paradosso di linguaggio. Scavare e ricercare nelle parole antiche, soprattutto delle Scritture e dei Padri, che non si risolve in un ripiegamento nel passato ma che diventa capacità di ascoltare in profondità e interloquire con il linguaggio e il sentire del tempo di oggi.
Un altro paradosso, forse conseguenza del precedente, è di tipo temporale. La ricerca nei testi e nella storia fondanti per la fede si orienta ovviamente verso un passato, peraltro abbastanza lontano. Eppure è proprio questo radicamento solido nel passato che consente una lettura profonda del presente e trovare in esso una prospettiva e un’attesa di futuro. Non a caso nelle riflessioni spirituali di Bose trova spesso un grande rilievo l’attesa, una dimensione che è purtroppo pressochè scomparsa dall’orizzonte visto e vissuto della fede dei nostri giorni.
Infine un paradosso spaziale. Dal punto di vista logistico il luogo della comunità è in disparte … ma non troppo. Un luogo ai margini e un po’ distaccato dal chiasso della città contemporanea ma pure non situato “chissà dove in capo al mondo”. Una metafora, direi geografica, del fatto che il cristiano è nel mondo ma con un parziale distacco, ovvero senza esserne assorbito completamente.
Mi sembrano chiavi di lettura utili a livello sia personale sia di intera comunità ecclesiale. Chiavi che ci consentono di crescere nella fedeltà al Vangelo e nel saper metere il lievito delle sue parole antiche nella “pasta” della modernità. L’augurio (forse meglio dire la certezza) è che, con l’eredità del fondatore e la guida del nuovo Priore, la testimonianza dei fratelli e delle sorelle di Bose continuerà ad essere un segno prezioso per tutta la Chiesa.
La Cittadella Mantova La Cittadella Mantova