Visto con i nostri occhi
«Il silenzio è peggio della violenza»
Intervista a Jacques Mourad, monaco rapito nel 2015 dall’Isis: «Ogni giorno aspettavo la morte con coraggio. Dio mi ha salvato perché potessi testimoniare»
17/02/2020
Jacques Mourad, il padre siriano rapito nel 2015 da militanti dell’Isis e graziato dopo mesi di torture e minacce di morte, ha presentato a Mantova il volume Un monaco in ostaggio (Effatà editrice), un testo agile e snello, a metà strada tra autobiografia e testamento spirituale. La presentazione è avvenuta il 13 febbraio, nella chiesa di San Francesco. Esemplare figura di religioso, è amico e discepolo di padre Paolo Dall’Oglio, gesuita rapito in Siria nel 2013, con il quale ha condiviso il restauro di due monasteri da secoli abbandonati: Mar Musa e Mar Elian. Fortunosamente fuggito dalla Siria, padre Mourad vive ora rifugiato in territorio iracheno.
La Siria, ancora in guerra, non sembra ritrovare pace. Quali le cause del conflitto?
Trovo difficile analizzare tutte le dimensioni della guerra, ma gli interessi in gioco sono soprattutto economici; al primo posto quelli dei produttori di armi. La causa più rilevante è l’ingiustizia che alimenta il fanatismo e le libertà calpestate dai governi totalitari. Ne sono vittime i poveri, i profughi, senza il potere di alzare la voce e la testa.
Come vive oggi a Suleymanya, da rifugiato tra i rifugiati?
Solidarizzo con i profughi, vere vittime della guerra. Ciò che più mi addolora è la diffusa incomprensione, l’assenza di empatia per chi, da più di otto anni, patisce ogni genere di sofferenze. Vivo nella parte vecchia della città, dove dirigo una scuola di lingue (inglese, arabo), per profughi e curdi. L’obiettivo non è il Battesimo, ma divulgare il Vangelo. La nostra vocazione è vivere accanto ai musulmani.
Come giudica le ingerenze delle potenze straniere?
Gli interventi dei governi sono palesemente interessati. I militanti dell’Isis, in particolare, considerano queste ingerenze come espressione di una nuova crociata, per cui si sentono in diritto di difendere la loro terra minacciata.
Si può sperare in una soluzione pacifica?
Si deve valutare un progetto globale, rivolto a tutto il Mediterraneo, non limitato al Medio Oriente. Non si può vivere in pace in un Paese se in quello confinante imperversa la guerra. Questo il mio sogno, ma temo che i tempi non saranno brevissimi. Sicuramente è utile la preghiera. Se nulla cambia, il nostro mondo in ebollizione non tarderà a precipitare in una Terza guerra mondiale, che in realtà stiamo già vivendo.
Il dialogo interreligioso in agenda a Bari aprirà nuove prospettive?
Dal 21 al 23 febbraio, a Bari, si incontreranno a dialogare con il Papa tutti i capi religiosi delle Chiese orientali. Tutte le minoranze saranno rappresentate. Questa iniziativa è davvero provvidenziale, il primo passo per stabilire insieme di interrompere le guerre nel Mediterraneo e con esse le relative sofferenze.
Vivendo al crocevia di diverse confessioni religiose, come ha sperimentato i rapporti con i musulmani e gli ortodossi?
Prima del conflitto, con padre Dall’Oglio organizzavo ogni anno una settimana di incontri con tutte le comunità religiose della zona. I teologi invitati si confrontavano su un tema delicato. È stata un’esperienza esaltante, può diventare un esempio da seguire per il futuro. Il diffuso clima spirituale di reciproca comprensione ha aiutato ad ascoltare, meditare, pregare senza pretese di cambiamento.
Nei mesi di prigionia ha dubitato di salvarsi?
Ogni giorno aspettavo la morte con sereno coraggio. Affidandomi nella preghiera alla Vergine Maria e a Gesù ho ricevuto l’aiuto a non temere. Non sarebbe stato un dramma, ma un onore semmai, perché non sarei stato il primo: a oggi le vittime della guerra in Siria sono almeno 500mila. Forse Dio mi ha salvato perché potessi testimoniare l’esperienza vissuta. Il silenzio del mondo davanti al male mi fa soffrire più di quanto non abbia sofferto durante la prigionia.
Che cosa pensa del rischio che l’Europa possa “islamizzarsi”?
Il problema non è rilevante perché i Paesi occidentali oggi sono fortemente laicizzati: la fede non fa più parte della loro identità. La religione opera per la pace, non per le divisioni; davanti a Dio siamo tutti uguali. I cristiani hanno la responsabilità di trasmettere l’amore di Cristo, senza imposizioni. Il nostro mondo pensa di non avere più bisogno di Dio: è il dramma di oggi. La vera minaccia non sono le altre religioni, ma l’incredulità. Dobbiamo convertirci.
Si avverte anche in Medio Oriente la crisi delle vocazioni religiose?
Certo, è un serio problema anche per noi.
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