Visto con i nostri occhi
Nathalie e Eyhab: il sogno di una nuova vita
Lo scorso dicembre la Caritas di Mantova ha accolto una coppia di richiedenti asilo in fuga dalla Siria attraverso un progetto umanitario che coinvolge anche la comunità del Duomo
25/01/2017
Roberto Dalla Bella

Nathalie e Eyhab sono due giovani siriani, entrambi di religione cristiana: 23 anni lei e 31 lui, la loro vita procedeva tranquilla fino al 2011, quando è cominciato il conflitto che ha messo in ginocchio il Paese. La guerra li ha costretti a scappare per mettersi in salvo e, dopo un continuo peregrinare tra Siria e Libano, sono giunti infine in Italia, attraverso un canale umanitario realizzato dalla Comunità Sant’Egidio.
Dallo scorso due dicembre vivono insieme ai loro due bambini in un appartamento del centro di Mantova, messo a disposizione dalla parrocchia del Duomo. L’accoglienza è curata dalla Caritas diocesana che li ha accompagnati nell’iter di richiesta di asilo politico (già accettata, sono in attesa di ricevere i documenti) e si sta occupando del loro inserimento nella comunità locale.
«Ci siamo conosciuti da ragazzini, perché siamo cresciuti nella stessa zona di Damasco», racconta Nathalie. «Fino all’inizio della guerra la Siria era un Paese tranquillo: non c’erano difficoltà a trovare un lavoro e si poteva vivere bene. Lo Stato garantiva servizi di buon livello: in particolare l’istruzione, obbligatoria per nove anni, e la sanità». Nel marzo 2011 le manifestazioni popolari contro Bashar al-Assad, l’ultimo esponente della famiglia che governa dal 1971, hanno fatto precipitare la situazione. Con le continue repressioni dell’esercito è iniziata un’escalation senza fine che ha causato oltre 300mila vittime e migliaia di profughi.
I primi tempi Nathalie e Eyhab hanno provato a resistere, in attesa che la situazione tornasse normale. Nel 2012 la decisione di sposarsi, il loro amore sancito da un’unione che doveva essere il primo passo per un futuro sereno. Nathalie studiava al Conservatorio per diventare insegnante di musica, Eyhab invece lavorava come orafo in una bottega artigianale. La speranza ha presto lasciato il posto alla dura realtà: i combattimenti tra le forze ribelli e il governo sono diventati più frequenti e sanguinosi, le battaglie sono sfociate in un vero e proprio conflitto armato ed entrambi hanno dovuto fare i conti con una situazione sempre più pericolosa.
«Le strade hanno cominciato a riempirsi di morti e feriti - continua Nathalie - e i bombardamenti hanno ridotto edifici e interi quartieri a un cumulo di macerie. La Siria non era più un posto sicuro, l’acqua potabile scarseggiava, molti beni di prima necessità erano diventati introvabili, il costo della vita saliva alle stelle».
A quel punto è cominciata la loro fuga: Eyhab e Nathalie, incinta, si mettono in viaggio verso Beirut, in Libano, dove vengono ospitati per sette mesi in un appartamento di amici siriani. Quando si avvicina il momento di dare alla luce la loro prima figlia, Nathalie torna a Damasco per avvicinarsi alla famiglia: per alcune settimane i due giovani si separano e Eyhab raggiunge la moglie poco prima del parto. Nasce Sham, che in arabo significa “Grande Siria”: la lontananza rafforza l’amore per il loro Paese, la situazione è dura, ma entrambi sperano che possa risolversi presto.
Dopo appena un mese Eyhab torna a Beirut, mentre Nathalie resta con i genitori e la piccola Sham. Nella capitale libanese trova un impiego come orafo e il proprietario della bottega in cui lavora mette a disposizione, per lui e altri ragazzi emigrati dalla Siria, un appartamento in cui vivere. La mancanza della famiglia però è troppo forte e nel 2013 Eyhab torna a Damasco per stare con Nathalie.

Articolo completo a pag. 5 del settimanale
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