Visto con i nostri occhi
Il sorriso di Giulia e Federica si allarga al ricordo del Perù
Due studentesse di Castiglione impegnate per alcune settimanea Huaraz, nel nord del Paese. Nei loro occhi paesaggi suggestivi e la gioia dei bambini incontrati che hanno seguito ogni giorno
18/12/2017
Un flusso indefinito di volti, sorrisi, lacrime, confusione. Tornare a casa e mischiare all’italiano qualche parola di spagnolo. L’usanza di salutare le persone con un bacio sulla guancia, altrimenti è maleducazione. E ancora, sapori, odori e suoni impossibili da dimenticare.
È quello che resta di un «viaggio di emozioni» che per Giulia Beschi, 24enne di Castiglione delle Stiviere ha i tratti e i colori di Huaraz, nel nord del Perù. Una città da 120mila abitanti, distesa su un altopiano delle Ande. Presa la laurea triennale in Economia all’Università di Brescia, ha approfittato di una pausa dagli studi per fare un periodo in missione.
«Fin da piccola avevo questo sogno – racconta – perché avevo conosciuto il Gruppo impegno missionario, un’associazione di volontari molto attiva in Africa. La mancanza di tempo mi portava sempre a rimandare, ma stavolta si sono presentate tutte le condizioni giuste. Questa possibilità mi è letteralmente piovuta addosso perché don Fabio Scutteri, vicario della parrocchia, l’ha proposta a noi animatori dell’oratorio come esperienza estiva».
Davanti a un aperitivo, Giulia ha scoperto che all’iniziativa, promossa dal Centro missionario diocesano, era interessata anche Federica Caiola, studentessa di Scienze pedagogiche a Reggio Emilia, sua coetanea e come lei di Castiglione. Un sogno da realizzare e un’amica con cui condividerlo: l’elemento decisivo che le ha convinte a partire. «Al nostro arrivo, l’11 ottobre – continua Giulia – siamo state quattro giorni a Comas, nella periferia di Lima, la capitale. Ricordo che c’erano sabbia e polvere ovunque e un suono assordante di clacson. Poi ci siamo spostate a Huaraz, ospiti di una famiglia del luogo. Questo è stato l’impatto vero e proprio con il Perù e la sua cultura. È stato strano avvicinarci alle loro tradizioni e imparare uno stile di vita così diverso, però è un’esperienza emozionante».
Le giornate erano scandite da un’ordinarietà molto semplice. Tre mattine a settimana l’impegno in un centro per ragazzi disabili, poi l’aiuto a una mensa scolastica prima di andare a Marian, un paesino in montagna, per assistere nei compiti un gruppo di bambini tra i 4 e i 7 anni, gestiti da una missionaria italiana.
Nel weekend, l’attenzione passava a preparare gli eventi parrocchiali e le celebrazioni. Momenti che hanno permesso di scoprire una cristianità radicata e autentica. «Hanno una fede davvero forte – fa notare Federica – che emerge soprattutto nei piccoli gesti e dal grande impegno che mettono nel preparare la Messa. Curare i fiori freschi, pulire le panche o il pavimento della chiesa: tutto è svolto con attenzione, nei minimi particolari».
Difficile raccontare cosa rimane dopo un’esperienza simile. Il fascino di paesaggi lontani, impressi nella memoria per i colori accesi e le atmosfere suggestive. I volti di persone sconosciute, con le quali all’inizio non si condividono lingua o cultura, ma che la routine quotidiana fa diventare amiche. L'allegria dei bambini, seguiti nelle attività giorno dopo giorno e i tanti gesti di ringraziamento che valgono più di mille parole.
«Quando qualcuno mi chiede cosa mi ha colpita di più – aggiunge Federica – mi viene in mente Danielito, un bambino di cinque anni che mi ha conquistata con la sua iperattività senza fine. Bisognava tenerlo sempre occupato e in ogni cosa metteva il massimo dell’impegno. Penso al suo viso, alla gioia che trasmettevano i suoi occhi. Forse ciò che cambia in noi quando torniamo alle nostre vite è solo il nostro sorriso, che si allarga di più ogni volta che la raccontiamo».
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