Visto con i nostri occhi
In Brasile una Chiesa senza confini
Testimonianze di giovani in missione. Enea e Martina hanno vissuto a Sao Mateus, nella diocesi di Coroatà istituita nel 1977 e sviluppata anche grazie ai preti mantovani
18/12/2017
C’è chi parte per una missione spinto dal desiderio di vivere un’esperienza diversa, più volte sognata e mai realizzata, a causa dei tanti impegni quotidiani difficili da conciliare. C’è invece chi da tempo sente dentro di sé questa vocazione all’incontro con l’altro e decide di alimentarla con nuovi viaggi e nuove destinazioni. Il tutto senza cambiare l’idea di fondo: mettersi al servizio di persone sconosciute ma pronte ad accogliere.
La testimonianza di Martina Galeotti ed Enea Grassi, due dei partecipanti che hanno aderito al progetto “Giovani in missione” promosso dal Centro missionario diocesano, unisce entrambi questi aspetti. Martina, 23 anni di Bondeno di Gonzaga, è iscritta al quinto anno di Giurisprudenza all’Università di Trento. Enea, invece, ha 39 anni, è di Castellucchio e frequenta il quarto anno del Seminario. Tra luglio e agosto hanno vissuto un mese in Brasile, nello Stato del Maranhao. I primi giorni li hanno trascorsi a Sao Luis, la capitale, insieme a don Flavio Lazzarin, sacerdote mantovano che da anni è impegnato in Sud America. In seguito si sono spostati a Sao Mateus, dove sono rimasti fino al rientro in Italia.
«Era da un po’ che volevo fare un viaggio diverso dalla solita vacanza – racconta Martina – per mettermi in gioco, conoscere altre culture e magari aiutare chi non è fortunato come me. Mi è capitato di ascoltare testimonianze di persone che sono state in missione e ne sono rimasta affascinata. Mi è sembrato il momento giusto per partire, accantonare per un attimo le mie sicurezze e vivere un periodo di vero incontro con il prossimo».
Se per Martina si è trattato di una prima volta assoluta, Enea invece aveva già vissuto esperienze simili in Albania, Romania e Brasile, dove era stato altre due volte. L’équipe del Centro missionario, in accordo con il rettore del Seminario, gli ha proposto di tornare là come rappresentante della Chiesa mantovana, in occasione del quarantesimo anniversario della diocesi di Coroatà, istituita nel 1977.
Da allora, numerosi nostri sacerdoti sono stati inviati là come missionari: don Claudio Bergamaschi, don Gastone Tazzoli, don Maurizio Maraglio, che a Sao Mateus fu ucciso ed è stato inserito da Giovanni Paolo II tra i martiri del XX secolo. E ancora don Flavio Lazzarin, ancora impegnato in Brasile, e don Luigi Caramaschi, attuale parroco di Sant’Antonio. Con il loro servizio pastorale hanno contribuito a far crescere e sviluppare la comunità cristiana locale: un legame intenso che continua giorno dopo giorno.
La parte più intensa del viaggio l’hanno vissuta nella parrocchia di Sao Mateus, una realtà composta da circa 50mila abitanti. «Le nostre giornate quotidiane erano scandite da attività molto varie – spiega Enea –: l’animazione agli alunni della scuola materna, il servizio nel Centro de Saude, l’ambulatorio della città, la visita alle famiglie insieme a un assistente sanitario per visitare bambini e anziani».
Oltre a questo, hanno conosciuto la causa del “Movimento forùs e rede da cidadania”, che coinvolge diverse realtà rurali e mette a disposizione dei contadini della zona le terre conquistate ai grandi latifondisti. Le aree vengono poi adibite a coltivazioni differenti e i prodotti sono distribuiti ai diversi membri della comunità.
Un’esperienza forte, dunque, che aiuta a conoscere nuove dimensioni di vita e stimola l’incontro con gli altri. «I ricordi più belli che restano – dice Martina – sono le persone, la loro accoglienza e l’affetto che sanno dare. Dal primo giorno mi sono sentita a casa e penso che sia una delle sensazioni migliori che un popolo possa regalare. La missione non è una serie di cose da fare, ma un’occasione per stringere legami umani. Finisce che magari tu parti con l’obiettivo di aiutare, ma in realtà torni più ricco: di amicizie, conoscenze e relazioni».
E può offrire anche lo stimolo per scoprire una Chiesa grande, aperta e accogliente, grazie ai rapporti che superano le distanze e resistono al tempo, come quello che esiste tra le diocesi di Coroatà e Mantova. «Attraverso i racconti delle persone che hanno conosciuto i nostri sacerdoti impegnati in Brasile in questi decenni, ho avuto modo di conoscerli anche io. Mi ha sorpreso che il vescovo, durante la Messa del quarantennale, abbia ricordato di fronte a cinquemila fedeli che la diocesi è nata anche dal sangue versato da don Maurizio Maraglio. In quell’occasione ho assaporato il gusto di essere parte di una Chiesa dove non esistono confini ma ponti di comunicazione tra popoli, che sono lontani solo in apparenza».

Un'altra esperienza in missione: il viaggio di Giulia e Federica in Perù:
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