Visto con i nostri occhi
In centro poca gente, per i negozi crisi infinita
Dal 2008 a oggi è scomparso circa il 14% degli esercizi presenti nell'area di Mantova. Il fenomeno spiegato da Stefano Gola, presidente della sezione cittadina di Confcommercio
12/03/2018
È un martedì mattina di inizio marzo. La folta nevicata che ha imbiancato la pianura padana nei primi giorni del mese ha ceduto il passo a una pioggia insistente. Il freddo è calato, ma non invita a uscire. Chi può resta al caldo, gli altri limitano gli spostamenti al tragitto da casa al lavoro. Basta fare due passi in città per notarlo. Da piazza Sordello a piazza Marconi, poi lungo via Roma fino alla sede delle Poste: il centro storico è deserto. Il flusso di turisti che arrivano in primavera è un miraggio lontano e della sbornia di “Mantova Capitale” rimane solo un pallido ricordo, testimoniato da qualche poster sbiadito che ancora resiste. L’atmosfera da città fantasma del Far West ricade soprattutto sui commercianti. Il forte calo di presenze registrato a gennaio e febbraio li ha spinti a lanciare l’allarme su una situazione insostenibile. «È il peggior periodo di sempre – afferma senza giri di parole Stefano Gola, presidente della sezione cittadina di Confcommercio che riunisce vari negozi e attività sparsi tra il centro storico e le zone vicine. «Stiamo vivendo una situazione di affanno, cominciata nella seconda parte del 2017. Il problema è che si è confermata con il nuovo anno. Siamo preoccupati perché non si tratta più di un periodo transitorio e diventa difficile trovare un modo per uscirne».
Dal 2008 al 2017, tra il centro storico e la zona vicina, hanno chiuso 88 negozi su 634, quasi il 14%. I problemi arrivano da lontano.
Il discorso è legato al fatto che non c’è stato uno sviluppo della città. Le esigenze delle persone sono cambiate e Mantova non ha retto il passo. Una volta si faceva fatica a pensare di cambiare città per un semplice giro fuori porta, adesso invece è diventata la consuetudine. La nostra è una provincia centrifuga: basta allontanarsi di poco e le persone vengano attratte dalle località vicine. È proprio questo che è successo: non abbiamo mantenuto l’attrattività di un capoluogo di provincia.
E la situazione ora è diventata critica.
È come un processo a cascata e adesso il problema si pone ancora di più perché si è allargato a macchia d’olio. A noi mancano i mantovani che abitano in provincia. Facciamo conto che Mantova è un Comune capoluogo da neanche 50mila abitanti. Ci sono paesi nella vicina Emilia che sono più grandi di Mantova.
La crisi dei negozi si è verificata in tutta Italia, ma a Mantova sembra più forte. Perchè?
Di ragioni ce ne sono tante. Lo sviluppo del commercio online, di cui tanti parlano, non basta a spiegarle la situazione e non può neanche essere visto come l’unica soluzione possibile. Alcune attività, infatti, non possono proprio vendere sul web per il tipo di prodotto che propongono. A prescindere da questo manca l’affluenza, non c’è gente che passeggia per le vie. Questo è un bruttissimo segnale. Nella vicina Verona, che spesso viene presa come esempio, il commercio non è alle stelle, però c’è più vitalità nel centro che dà un’idea diversa della città a chi la visita. Mantova invece è vuota. Finchè succedeva durante la settimana si poteva resistere, confidando nel weekend. Il fatto è che adesso è vuota anche il sabato e la domenica e la situazione è pesante.
Eppure qualcosa è stato tentato. “Mantova Capitale” è stata una vetrina importante e, anche in altre circostanze, voi commercianti vi siete dati da fare per richiamare persone in città. Perché non si riesce a dare seguito a queste iniziative singole?
Gli eventi non sono la risoluzione dei problemi per le casse delle attività e, per quanto riguarda “Mantova Capitale”, si sperava in un’onda lunga che di fatto non c’è stata. Come Confcommercio avevamo proposto di fare, in questi ultimi due anni, una strategia di informazione e marketing simile a quanto fatto in quell’occasione. Mantova sembra una città inaccessibile, ma non è così: mancano le informazioni.
Quale può essere il primo passo?
Sappiamo che c’è un progetto del Comune per installare segnalazioni e cartelli e indirizzare chi arriva da fuori verso i parcheggi, evitando così giri inutili. È vero che ci sono iter burocratici e tempi da rispettare, ma la situazione è ferma da due anni. Perciò abbiamo chiesto di sapere almeno a che punto siamo. Sapere in modo chiaro dove andare è importante, altrimenti le persone girano a vuoto, si stancano e vanno via.
Un’altra questione delicata riguarda i parcheggi: quasi tutti a pagamento, anche nel weekend. E restano vuoti.
Capisco la scelta dell’Amministrazione di alzare leggermente la tariffa oraria della sosta vicino al centro per favorire la rotazione, perché in effetti prima questi spazi erano occupati da macchine ferme per giorni interi. Però è una cosa che va comunicata meglio, non solo su Facebook. Serve una campagna massiccia di informazione, in modo che la gente sappia come e dove trovare parcheggio. Il risultato sono le 700 multe date in quattro domeniche, un’esagerazione. Bisognava usare il guanto di velluto prima del pugno di ferro con un avviso che informasse i cittadini sul cambio di politica e le nuove tariffe. Così invece si sono irrigidite tante persone che magari non torneranno più.
Avete chiesto più dialogo con il Comune. Pensa che l’Amministrazione non abbia dato il giusto peso alle vostre richieste di attenzione?
Ci tengo a precisare che il nostro non è un giudizio negativo su tutta la gestione. Sappiamo che alcune iniziative sono in cantiere e diamo atto delle cose positive fatte finora. Questa Amministrazione si è mossa molto rispetto a quelle precedenti che si sono succedute negli ultimi decenni. Noi abbiamo cercato di essere disponibili e provare strade nuove, ma non ci si può accusare di essere commercianti fermi agli anni Ottanta. Tra l’altro, tanti negozi non erano ancora stati aperti all’epoca. È vero che aprire in certi momenti può essere più conveniente, ma significa anche avere maggiori spese. Pur di aumentare il volume di affari, abbiamo aumentato anche i costi, solo che il gioco non vale la candela perché manca la gente.
Il sindaco si è detto disponibile a un progetto comune con Confcommercio. Quali sono i nodi più urgenti?
Ad esempio stiamo aspettando da due anni l’arredo urbano e non sappiamo che fine abbia fatto. Sarebbe corretto mettere qualche panchina o fioriera per permettere alle persone di riposarsi senza essere obbligate a consumare qualcosa in un bar. Se non ci sono i fondi si può ricorrere a qualche sponsor, come avviene altrove.
Cosa vi aspettate adesso?
Vogliamo far capire che certe decisioni, pur prese in buonafede, vanno riviste. Spostare in piazza Virgiliana o sul lungolago alcune manifestazioni che prima si svolgevano in altre zone ha creato uno scompenso notevole. Il villaggio di Natale, che Confcommercio ha patrocinato, non ha favorito il centro storico, anzi.
Come Confcommercio qualcosa poteva essere gestito diversamente?
Di strade ne abbiamo provate tante. È vero che a volte dai soci arrivano risposte negative, ma Confcommercio non può imporre nulla ai negozianti. Ci vorrebbe però più appartenenza perché ci sono tanti volontari, che danno un contributo perchè se la città vive le nostre attività avranno un futuro. Vorremmo un po’ più di considerazione e rispetto per il tempo che dedichiamo a questa realtà.
Se non si trova una soluzione, si rischia di perdere attività che per decenni hanno caratterizzato il centro storico. È un pezzo della Mantova che conosciamo.
Aggiungo anche che la città rischia di perdere valore commerciale. Le quotazioni immobiliari oggi sono ai minimi. Tante attività che sono sul territorio da molti anni stanno seriamente rischiando di chiudere. Oppure, ci sono altre situazioni in cui da un multimarca gestito a livello familiare si è ceduto all’offerta più conveniente del monomarca. La vetrina è sempre aperta e accesa, però è un’identità mantovana che viene meno. Se continua così diventeremo simili alla classica galleria, mentre quello che ci ha differenziato in passato è stato proprio il mix tra catene e negozi di proprietà famigliare. È chiaro che uno a un certo punto deve tirare le somme e a volte si scende a compromessi. Per una città piccola come Mantova però è un peccato, perché vive proprio di queste realtà.
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