Visto con i nostri occhi
In fuga dalla devastazione
Il racconto dei volontari mantovani scappati dalla missione in Etiopia distrutta dalle tribù locali. L’amarezza dell’ortopedico Venturi: “ In poche ore andato in fumo un lavoro di trent’anni”
25/02/2016

La paura è ancora impressa nei loro sguardi. Quelli dell’infermiere-gessista Valerio Pinetti e dell’idraulico Umberto Pavesi, entrambi di Bancole, nonché dell’elettricista Gianni Busi di Marmirolo, i tre volontari che la scorsa settimana sono dovuti fuggire di Gighessa, la missione nel sud dell’Etiopia finita sotto attacco e poi distrutta dalle tribù locali.
La missione, che fino al 2012 è stata gestita dalla Diocesi di Mantova per poi essere consegnata alla Chiesa locale, vedeva operare al suo interno l’Associazione Gighessa onlus fondata nel 1983 dal medico ortopedico mantovano Plinio Venturi che lì, insieme ad altri medici e operatori sanitari volontari, ha operato agli arti circa 3600 bambini.
È lo stesso Venturi a spiegare cosa significhi lavorare in quel luogo, là dove la povertà è tale che la gente ruba quel che può pur di sopravvivere. E Venturi lo racconta affiancato dai tre volontari tornati in gran fretta da Gighessa, dopo l’attacco alla missione. Di questa non è rimasto nulla.
I tre volontari erano arrivati a Gighessa il 9 febbraio e subito avevano saputo di disordini nella vicina città di Shashamane dovuti alle lotte tribali. L’Etiopia ha 86 etnie da sempre in guerra: nel sud la grande maggioranza è musulmana, a nord cattolica, ma qui la religione c’entra poco. C’entra invece una povertà che infiamma la gente per conquistare quel potere che potrebbe significare una condizione di vita migliore. E i disordini dalla città arrivano alla missione. Ai tre mantovani, come agli ospiti della missione – una trentina di persone - non rimane che trovare rifugio nella casa dei medici. Si sentono molti spari, sono quelli dei poliziotti contro gli insorti che come armi usano invece sassi, bastoni e maceti. Il tempo di avvisare l’Ambasciata italiana che manda sul posto la polizia federale e fa subito sgombrare. Non ci sono feriti ma la missione con il centro di assistenza e riabilitazione per i bambini, che venivano operati agli arti in un vicino ospedale, sono distrutti: 30 anni di lavoro andati in fumo . “Resta una profonda amarezza - dicono Venturi e i tre volontari - per qualcosa di importante che non potrà più essere. Troppo costoso ricostruire ma soprattutto, visto quanto accaduto, troppo pericoloso per i volontari e per gli stessi piccoli pazienti”.
Si chiude con una riflessione: fino a quando la missione è stata gestita da Diocesi di Mantova con don Gianfranco Magalini e don Matteo Pinotti, che sapevano dialogare con le diverse etnie, non ci sono stati problemi. Dopo, con la nomina da parte del vescovo locale di due sacerdoti, uno di etnia oromo e l’altro kambata, da anni in guerra tra loro, tutto è cambiato, fino alla devastazione dei giorni scorsi.
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