Visto con i nostri occhi
In parrocchia si può tornare a vivere
L’Ufficio di esecuzione penale esterna collabora con varie realtà della diocesi. I detenuti escono dal carcere e svolgono lavori di pubblica utilità. Il percorso favorisce il reinserimento sociale
02/12/2019
«Una persona non è il reato che ha commesso». Quando si parla di giustizia è difficile pensare che chi si è macchiato di qualche crimine possa davvero ritrovare posto nella società. Anche dopo averla scontata, la condanna resta addosso come un marchio perenne capace di condizionare la vita. Rende più difficile trovare un lavoro, allontana le persone care, complica i nuovi rapporti sociali. Pregiudizi assai diffusi, purtroppo.
Eppure di giustizia riparativa si parla da decenni come un percorso che porta il detenuto a prendersi la responsabilità delle proprie azioni negative e lo invita a rimediare mettendosi al servizio degli altri. Per Silvia Beccari, responsabile dell’area “Misure e sanzioni di comunità” dell’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) di Mantova, non è solo un principio giuridico, ma un valore che ispira il lavoro quotidiano e ridà speranza. All’Uepe, diretto da Diva Paola Polidori, sono affidate persone condannate in via definitiva, o anche solo imputate, che svolgono attività di volontariato previste da percorsi di reinserimento sociale. «La giustizia riparativa considera il reato come un’offesa a un bene comune, cioè non solo violazione di una norma – spiega Beccari –. Perciò la condanna non si riduce alla detenzione in carcere, ma prevede altre modalità che coinvolgono, oltre all’autore del reato, anche la vittima o la comunità in senso più ampio». I servizi di volontariato vengono svolti grazie alla collaborazione di istituzioni e realtà del territorio. Nel corso del tempo, la rete è stata estesa anche a realtà della diocesi di Mantova, come parrocchie (Asola, Castel d’Ario, Rivalta, San Giorgio e Sermide) e associazioni legate alla Caritas (Abramo, Agàpe, Hortus, Marta Tana, San Benedetto onlus, San Lorenzo).
Le misure alternative al carcere che permettono di fare lavori di pubblica utilità possono essere concesse a persone che hanno commesso vari reati, purchè la pena non superi i quattro anni (che diventano sei nel caso di tossicodipendenti). «È possibile scontare anche residui di pene superiori – precisa la responsabile dell’area “Misure e sanzioni di comunità” –. Le persone hanno alle spalle crimini differenti, talvolta anche violenti. Nei casi più delicati, il progetto prevede un percorso specifico in carcere, che prepara a questa esperienza».
Le attività svolte sono varie: ritinteggiare edifici, fare pulizie, giardinaggio, segreteria. Vengono scelte in base alle esigenze, con particolare attenzione alle capacità delle persone. In altre parole, si cerca di aiutarle a mettere in mostra i propri talenti. «La persona non è il reato che ha commesso – ribadisce Beccari –. È importante che torni a essere un cittadino responsabile di se e delle proprie azioni verso gli altri. L’obiettivo è fare un percorso di reinserimento sociale e la comunità deve contribuire in modo attivo. Solo così si può diffondere un’idea diversa di giustizia, più umana».
Durante l’ultimo anno, all’Uepe sono state affidate 1.403 persone, una quarantina delle quali seguite insieme a parrocchie o associazioni diocesane. «L’esperienza con i sacerdoti è molto positiva – aggiunge la referente –. Ho trovato parroci sensibili, disponibili ad accogliere le persone senza alcun pregiudizio. Per il futuro vogliamo far conoscere il più possibile il concetto di giustizia riparativa e le modalità alternative di esecuzione della pena, perciò stiamo organizzando per i prossimi mesi iniziative specifiche. L’auspicio è quello di coinvolgere sempre più parrocchie e associazioni diocesane nella nostra attività».
Gli aspetti positivi di questo gioco di squadra vanno oltre le statistiche, seppur importanti. L’uso di misure alternative alla detenzione permette di abbassare fino al 20% la probabilità che un detenuto, dopo essere uscito dal carcere, torni a delinquere. I benefici, però, sono prima di tutto umani e sociali. In parrocchia o nelle realtà della Caritas trovano persone pronte ad accoglierle, scoprono il piacere di fare qualcosa per gli altri, recuperano un ruolo nella società. «Alcuni di loro continuano a fare volontariato anche dopo aver scontato la propria pena – conclude Beccari – come segno di rispetto e riconoscenza verso chi li ha aiutati. Personalmente credo molto nel valore delle relazioni e a maggior ragione in questo caso: sono persone che lasciano un segno e ancora oggi ricordo le storie di qualcuno incontrato anni fa. Queste esperienze arricchiscono molto sul lato umano chi riesce a rimettersi in piedi e anche chi li sostiene lungo il cammino».
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