Visto con i nostri occhi
«Ius soli, un'opportunità per essere protagonisti»
Monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio ed ex direttore della Fondazione Migrantes, parla della proposta di legge sulla cittadinanza
30/10/2017
«L’Italia oggi sta morendo. Per vivere, c’è bisogno di incontrare altre persone e che loro decidano di stabilirsi qui. La cittadinanza è uno strumento utile affinché questa gente possa sentirsi davvero parte della nostra realtà».
Monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, non fa giri di parole. Cita i 150mila italiani «spariti» nel 2015 secondo i dati Istat, a causa delle poche nascite e dell’aumento della mortalità. Perciò l’approvazione dello Ius soli è un passaggio chiave per il futuro del Paese. Con l’attuale proposta diventerebbero italiani gli stranieri che possiedono un permesso di soggiorno di lungo periodo e i giovani che hanno frequentato qui un percorso di studi.
Flussi migratori, integrazione e inclusione sociale sono temi molto cari a monsignor Perego.
Per anni, infatti, è stato direttore della Fondazione Migrantes, organismo della Conferenza episcopale italiana. Lunedì 6 novembre alle 20.45 sarà a Mantova, nell’aula magna del Seminario, ospite dell’incontro “Ius soli, oltre il sangue e la razza” promosso da Caritas, Migrantes, Centro missionario e Pastorale sociale.
Il nodo della questione è la parola “cittadinanza”, un termine per tanti banale e talvolta abusato. Attorno cui, tuttavia, ruota la vita di una società. È da lì che parte la nostra conversazione con mmonsignor Perego, in attesa di ascoltarlo dal vivo.
Cosa significa oggi essere cittadini?
Far parte di un Paese come cittadino riconosciuto dalla legge aiuta uno straniero a sentirsi responsabile all’interno della comunità in cui si abita, si studia, si lavora e dove, spesso, si è nati. La cittadinanza non è un dono, ma un’opportunità da cui partire per costruire una presenza consapevole delle persone.
Perché la legge sullo Ius soli è necessaria in questo preciso periodo storico?
In Italia vivono cinque milioni di stranieri: tra loro ci sono 2,4 milioni di lavoratori e 814mila minori che studiano. Questo patrimonio andrebbe valorizzato e parte da qui l’idea di cambiare la legge. Occorre dare la possibilità di essere soggetti attivi a chi ha terminato un percorso di studi nel nostro Paese o possiede un permesso di soggiorno di lungo periodo. In modo da non creare cittadini di serie A e altri di serie B e non escludere persone che possono essere un valore aggiunto. Faccio notare, inoltre, l’età media dei migranti: 37 anni. È una popolazione giovane, che può aiutare quel ricambio generazionale di cui l’Italia ha grande bisogno.
Lo Ius soli è stato approvato due anni fa alla Camera ma è ancora in attesa di essere votato al Senato. Cosa ne pensa di questo continuo rinvio?
In questo momento, purtroppo, la politica non fonda le proprie scelte sulla democrazia e sulla Costituzione, ma su paure, pregiudizi e opinioni, talvolta derivanti da una comunicazione che distorce i fatti. Credo sia importante tornare a guardare la realtà e costruire leggi che interpretino davvero i cambiamenti in atto e che diano risposte realistiche alle persone.
Il cammino dello Ius soli è stato segnato da polemiche aspre. C’è chi ha parlato del rischio di un’invasione legalizzata. Quanto hanno inciso questi toni?
Hanno avuto forti conseguenze perchè ripetuti ad arte e, soprattutto, non fondati sulla realtà. Le persone che potrebbero beneficiare dello Ius soli sono nate in Italia o vivono qui da anni, perciò hanno diritto di essere cittadini. Rincresce quando invece si utilizzano le immagini degli arrivi di richiedenti asilo per diffondere allarmismo. Sono flussi migratori distinti e metterli sullo stesso piano vuol dire creare confusione.
Non è che forse siamo proprio noi italiani a non essere pronti a quell’integrazione che invece chiediamo agli altri?
Effettivamente il dibattito sullo Ius soli ha dimostrato una certa schizofrenia nella politica e cultura italiana. Da una parte si condanna l’assistenzialismo che cerca di favorire l’inserimento e inclusione sociale. Dall’altra si rifiuta l’allargamento della cittadinanza che può portare a percorsi efficaci di integrazione. Forse bisogna uscire da questo equivoco e essere onesti con noi stessi: la paura di perdere qualcosa della nostra identità, alimentata anche da alcuni mezzi di comunicazione, spinge a decidere in maniera sbagliata. Bisogna andare oltre, per guardare realmente in faccia questi 800mila ragazzi presenti in Italia, alcuni nati proprio nel nostro Paese, che possono essere non un peso ma una risorsa per progettare l’Italia di domani. Credo che uscire da questa ambiguità sia importante in questo momento.
Alla fine restano le storie di tanti giovani che si sentono, ma non sono ancora, cittadini italiani. Cosa si sente di dire a loro?
Diventare italiani è un’occasione da non perdere per loro, ma anche per noi, che così potremo avere compagni di viaggio per costruire maggiore responsabilità e partecipazione alla società. Sono parole significative, specialmente oggi che il rischio di chiudersi nell’individualismo è sempre più presente.
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