Visto con i nostri occhi
La Chiesa dà speranza nel Brasile dei poveri
Compie 55 anni la storia della missione nel Maranhão, territorio di scontri tra contadini e latifondisti. La testimonianza di don Luigi Caramaschi, appena tornato da quella regione
08/04/2019
«Ordem e progresso» è il motto scritto sulla bandiera del Brasile. È preso da una frase di Auguste Comte («L’ordine come base, il progresso come scopo»). Ma l’ordine e il progresso, per i brasiliani, sembrano più un desiderio, una speranza che si ricicla a ogni promessa elettorale e di cambiamento. La loro storia è lì a dimostrarlo: spremuti da ogni forma di colonialismo che si è succeduta. Eppure il senso di libertà presente nei “senza terra” nelle immense regioni interne o nelle favelas è innegabile e inspiegabile. La libertà l’hanno dentro, dona allegria e positività nei confronti della vita.
I sacerdoti mantovani don Dante Lasagna e don Claudio Bergamaschi hanno conosciuto in prima persona il periodo del regime militare (1964–1984) che, con il liberismo economico, causò l’accentuarsi delle disparità sociali. Molti religiosi apertamente contrari alla dittatura furono costretti a lasciare le diocesi dove operavano. In quegli anni fu impossibile rimanere a guardare mentre cresceva l’indignazione per l’oppressione della gente. Don Maurizio Maraglio aveva 40 anni quando fu assassinato. Quel 28 ottobre 1986 indossava una maglietta con scritto “Un cuore d’oro in un petto di ferro”. Aveva messo al centro di quel cuore i sofferenti e la lotta dei contadini contro le violenze dei latifondisti. È sepolto nella chiesa di São Mateus, divenuto un santuario di preghiera per i poveri. Giovanni Paolo II l’ha annoverato tra i “nuovi martiri” del ventesimo secolo. Nel 1988, don Flavio Lazzarin ha raggiunto don Bergamaschi ricoprendo l’incarico di coordinatore della Pastorale della terra. Dal 1990 anche don Gastone Tazzoli è inviato a São Mateus: sono anni di gravi e violenti “conflitti di terra”. Dal 2003 al 2015 don Luigi Caramaschi ha prestato lì il suo servizio. È il periodo in cui il partito dei lavoratori di ispirazione popolare con Lula prima e Dilma poi, giunto al potere, si è aperto agli interessi del sistema liberale. In quegli anni si sono spente tutte le manifestazioni popolari, di partecipazione e difesa dei diritti, nella convinzione che al governo c’era chi avrebbe difeso i poveri.
Ora è il turno di Bolsonaro, ennesimo “uomo forte” che rinnova la convinzione che basti cambiare persona per cambiare ciò che non va. Ha dato più poteri a polizie federali, statali ed esercito, e nella corsa ad assecondare la voglia di giustizia sociale ha liberalizzato le armi. Per trovare i fondi, si sono ulteriormente accaniti i tagli a sanità ed educazione. Dietro l’angolo, nuove privatizzazioni e mano libera ai latifondisti: la gestione dei territori dove vive un milione di indigeni è stata affidata alla ministra dell’Agricoltura, nota produttrice di soia, che fisserà i nuovi confini delle terre assegnate agli indigeni accogliendo le richieste sempre più pressanti dei grandi proprietari terrieri per l’aumento delle aree destinate al pascolo delle mandrie e alla coltivazione intensiva della soia.
E la posizione della Chiesa, in tutto questo? Dalla fine della dittatura a oggi ha via via perso il suo ruolo di difesa del popolo e di denuncia delle ingiustizie. C’erano vescovi e preti del Concilio che avevano una voce potente, mentre oggi la Chiesa come istituzione fa qualche dichiarazione. Dagli anni Novanta il clero è composto da un ceto più povero che scegliendo la vita consacrata si trova ad aver scalato un gradino sociale e di conseguenza trae conforto e nuovo agio da questo status. Anche durante le ultime elezioni presidenziali il clero era diviso, perché la propaganda del superuomo che restaura ha affascinato un po’ tutti. Inoltre, la voce della Chiesa risulta meno forte perché non ha un’indipendenza economica e deve, per sopravvivere, appoggiarsi a chi può finanziarne le opere. L’altro forte problema che la indebolisce è il proselitismo evangelico e delle sette. Gli evangelici praticano la “teologia della prosperità”, derivazione di quell’american dream che vuole il benessere del credente, la sua prosperità e opulenza economica: la religione diventa così un supermercato della fede.
Papa Francesco ha convocato per ottobre un Sinodo panamazzonico al quale parteciperà il vescovo di Coroatà insieme a tutti i vescovi dell’Amazzonia. Sarà legato alla Laudato si’, che guarda al Vangelo della Terra e alla sopravvivenza di un ecosistema a rischio. La Conferenza episcopale brasiliana ha invitato le diocesi più ricche ad aiutare economicamente e con personale ecclesiastico le diocesi del Nord.
Lo scorso febbraio don Luigi Caramaschi è tornato a visitare São Mateus, dov’è stato parroco per dodici anni. «Ho trovato una popolazione resa ancora più fragile dall’invasione del latifondo – racconta –. Per la produzione di riso su larga scala si usano aerei che spargono fertilizzanti e pesticidi avvelenando terreno, acqua e aria. Nei villaggi ci sono morie di pesci e le persone si ammalano. In pochi mesi, nella zona, hanno chiuso quattro ospedali. L’ambulatorio dell’Avenida, opera che la diocesi di Mantova ancora sostiene, è diventato riferimento più necessario di quando don Bergamaschi lo fondò. Scarseggiano le medicine e si aiuta la gente ad acquistarle, inoltre la si cura con la medicina naturale che è accessibile a tutti e fa gola alle multinazionali farmaceutiche. L’allevamento intensivo di granchi in una rientranza dell’oceano sta portando all’espulsione degli abitanti verso la bassa pianura».
L’impoverimento delle famiglie ha come conseguenza la riduzione dei commerci. L’assenza della giustizia porta a un degrado che spesso sfocia in violenza: un paio di morti violente a settimana a causa di droga, alcol, debiti di gioco, giustizia fai–da–te o mano pesante della polizia. «Nonostante questo – continua don Luigi – c’è una ripresa di piccole comunità di donne che lavorano i prodotti locali producendo olio, sapone e farina. Aumentano i sistemi di economia parallela, come la vendita per strada di alimenti da parte dei bambini».
São Mateus è una parrocchia di 50mila abitanti con tre sacerdoti e tre suore: una sessantina di comunità dove si continua a sostenere la bandiera della coscienza, il diritto alla giustizia e a resistere e tenere viva l’esperienza della fede pur nelle difficoltà. Aggiunge don Luigi: «Iriomar Teixeira (nipote di un collaboratore di don Bergamaschi), giovane che è stato aiutato dalla nostra diocesi a studiare, è diventato avvocato e coordina un movimento per l’accompagnamento nel diritto, giustizia e rivendicazione popolare. Organizza le comunità per eventi di protesta in difesa degli abitanti del territorio contro soprusi, corruzione ed espropri, e segue gratuitamente le cause dei poveri. Dà fastidio ai latifondisti che stanno cercando di togliergli la licenza di avvocato presso l’Ordine».
Sono piccoli segni di speranza, di una Chiesa ancora viva che combatte con il Vangelo della gente, per quel senso di ordine e progresso che è nell’animo libero dei brasiliani.
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