Visto con i nostri occhi
La dittatura dell'audience, un tema etico
Sì, c’è una questione etica profonda nel come si fa informazione. Occorre farsene carico, perché un Paese mediamente stupido non può rimanere tra i primi della terra, ma scivolerà inesorabilmente verso il basso, con un declino lento ma progressivo
25/05/2016

Paolo Lomellini

Il diluvio di parole e immagini che ci sommerge ogni giorno, si sa, porta con sé una nutrita schiera di stupidaggini o vere e proprie falsità. Queste possono far sbandare verso lidi pericolosi gran parte dell’opinione pubblica, come acutamente descritto dall’analisi di Aldo Pagnoncelli proposta nel numero scorso.
L’ultimo caso, eclatante, risale a pochi giorni fa in un talk show in prima serata su Raidue. Argomento del contendere i presunti effetti dei vaccini ad esempio sull’insorgenza dell’autismo (scientificamente una enorme “bufala” già sbugiardata da anni nei Paesi “normali”). Un malcapitato medico cerca di dare un contributo di ragionevolezza e di dati scientifici veri ma finisce “travolto” da altri due che sostenevano ogni genere di scempiaggini. Chi erano questi due “luminari”? Un tale Red Ronnie, che pare intendersi di canzonette, e una tal altra Eleonora Brigliadori, che non si sa bene di cosa si intenda. Di fronte a queste mediocri commediole da un lato viene da ridere ma poi, a ben vedere, c’è di che indignarsi.
Indignazione ad esempio pensando al lavoro che svolgono da tanti anni numerose organizzazioni umanitarie per assicurare nei Paesi in via di sviluppo adeguate campagne di vaccinazione, una via maestra per diminuire la mortalità infantile e portare la situazione sanitaria verso livelli accettabili.
Indignazione poi davanti al dato che non si tratta di qualche episodio isolato qua e là. È il Paese, il nostro, in cui tutti pensano di essere esperti di tutto. Assistiamo a cantanti che sentenziano sulle trivellazioni, critici d’arte invece sul fotovoltaico, cuochi sul biogas, e via fino ad arrivare alle stravaganze sulla farmacopea. Un degrado della mancanza di rispetto per lo studio e il sapere che non fa presagire niente di buono. Chiediamoci seriamente: come si fa a dare una laurea “Honoris Causa” a Valentino Rossi? O chiamare a tenere “lectio magistralis” in prestigiosi atenei personaggi a dir poco discutibili come Briatore o Schettino? Come è possibile che ci siano imbrogli colossali come il caso “Stamina” che pure trovano appoggi istituzionali e mediatici per anni e anni?
È poi inutile stupirsi (vere lacrime da coccodrillo) quando si scopre che in Italia ci sono purtroppo tanti casi di famiglie rovinate da ciarlatani vari (modello Vanna Marchi) che propinano imbrogli devastando psicologicamente ed economicamente i malcapitati.
Questa situazione ha radici abbastanza profonde, ormai alcuni decenni. Si è irrobustita con l’avvento della televisione commerciale (cui si è piegata subito in gran parte anche quella pubblica) per la quale l’unica logica è quella della audience, il fare “spettacolo” e rincorrere il sensazionalismo a qualsiasi costo, anche con l’uso sempre più diffuso della polemica urlata e dell’insulto anziché il dialogo ragionato e rispettoso.
Poi è arrivata Internet e i social: frittata completa! Con un po’ di click su “mi piace” anche lo scemo del villaggio diventa un guru autorevole, per dirla con la tagliente battuta di Umberto Eco.
Sì, c’è una questione etica profonda nel come si fa informazione. Occorre farsene carico, perché un Paese mediamente stupido non può aspirare a rimanere tra i primi della terra, ma scivolerà inesorabilmente verso il basso, con un declino lento ma fatalmente progressivo (proprio come le malattie più subdole e gravi).
Di fronte a questa deriva occorre molta perseveranza e vigilanza, da parte sia di chi fa informazione sia degli utenti finali. E la dimensione della fede non può, evidentemente, rimanere estranea.
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