Visto con i nostri occhi
La dura esperienza dei soldati mantovani
In un libro, Carlo Benfatti ha raccolto le testimonianze dei prigionieri negli anni della Seconda guerra mondiale. Molti di loro finirono nei lager nazisti
14/01/2019
«Un libro che raccoglie testimonianze di prigionia e deportazione, anche oggi che ha visto crescere in modo esponenziale l’editoria della memoria, non è mai in più. È infatti solo attraverso le storie individuali che si può dare corporeità alla storia generale e sociale di quegli anni». Scrive queste parole lo storico Frediano Sessi, nella prefazione al volume di Carlo Benfatti Mantovani nei campi di prigionia della Seconda guerra mondiale (384 pagine, 15 euro), da poco uscito presso l’editoriale Sometti nella collana “Testimonianze” dell’Istituto mantovano di Storia contemporanea. Da molti anni, Benfatti, storico e ricercatore, si occupa di avvenimenti del XX secolo, con particolare attenzione all’ultimo conflitto mondiale. Nel libro, fresco di stampa, egli ha raccolto quindici interviste a soldati sopravvissuti alla prigionia e, nella seconda parte, sei memorie scritte o testimonianze dei loro familiari. Gli ex militari intervistati, parecchi dei quali defunti, sono stati prigionieri in diversi luoghi: corre l’obbligo di ricordarli uno a uno, sia perché ogni vicenda presenta una propria singolarità, sia perché in molti casi le sofferenze da loro patite diventano un forte monito affinché non abbiano più a ripetersi. Primo Levi, deportato ad Auschwitz, con grande dolore (e lungimiranza) diceva: «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo». I mantovani di cui Benfatti ha raccolto le interviste sono stati soprattutto internati nei lager nazisti, in Germania: don Costante Berselli, Sergio Cecconi, Jolanda Dugoni, Silvio Seguri e Giuseppe Zanini. Il loro trattamento è stato sconcertante, come si può facilmente immaginare. Giacomo Bazzi e Renato Finardi invece erano finiti in Kazakistan (Unione Sovietica): Finardi aveva vissuto la drammatica esperienza della ritirata nell’inverno del 1942, con 40 gradi sotto zero. Gli altri soldati sono stati reclusi in vari luoghi, in Italia (è il caso di Renato Arnaldo e Alessandro Salvaterra) e nei più disparati Paesi: Primo Martelli in Bosnia, Austria e Polonia, Ermes Miliari negli Stati Uniti d’America, Francesco Montanari in Egitto e Sud Africa, Pier Angelo Proserpi in Gran Bretagna, Oreste Eligio Rossi in Egitto e Palestina, Vittorio Vallicella in Algeria. Complessivamente, gli italiani fatti prigionieri sono stati un milione e 300mila, in massima parte di età compresa tra i 20 e i 35 anni: un terzo dei militari del nostro Paese coinvolti nella Seconda guerra mondiale. Circa 650mila erano finiti nei lager tedeschi perché si erano rifiutati di continuare a combattere a fianco della Germania nazista. Per la sua attività antifascista, a Dachau viene internato don Costante Berselli, sorpreso il 2 agosto 1944 a maneggiare una radio ricetrasmittente sul campanile della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio a Mantova, che aveva lo scopo di fornire notizie ai servizi segreti britannici. All’epoca don Berselli, 31 anni, era addetto all’Ufficio amministrativo della Curia vescovile. Il parroco di San Gervasio, don Aldo Porcelli, riesce a fuggire; don Berselli invece viene catturato e mandato nel lager, dove giunge il 9 ottobre. Nel suo libro, Benfatti pubblica un’intervista a Berselli, rilasciata nel 1984. «Durante il periodo in cui sono stato a Dachau – racconta – eravamo in 30mila. Nei forni crematori i corpi bruciavano, alla fine non ci restava niente. L’unica cosa che i tedeschi non riuscivano a bruciare erano le vertebre. Agh n’era dü müc, ce n’erano due mucchi». Benfatti ha raccolto anche la testimonianza di Sergio Cecconi, classe 1921, maestro elementare, in seguito divenuto presidente diocesano dell’Azione cattolica. Cecconi era prigioniero nel campo tedesco di Gross-Hesepe, alla frontiera con l’Olanda. Là, dopo la Liberazione (aprile 1945), si era costituito un gruppo di Azione cattolica, affinché, una volta tornati in Italia, quegli uomini potessero «essere presenti ovunque nelle istituzioni civili e nelle organizzazioni a carattere religioso» per far ripartire il Paese. In quel lager si parlava del giovane cattolico torinese Renato Sclarandi, ucciso il 22 aprile 1944 da una guardia nel campo di Hammerstein, in Polonia, mentre portava sollievo a un prigioniero ammalato. Aveva appena ventitré anni.
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