Visto con i nostri occhi
La fede arriva dal Sol Levante
L’arcivescovo di Nagasaki ospite a Mantova sulle orme di antichi pellegrini. Monsignor Joseph Takami ha parlato dei cattolici in Giappone: perseguitati nei secoli, oggi rappresentano lo 0,3% degli abitanti
03/12/2018
«Omotenashi» è il concetto di ospitalità giapponese, ma in realtà ha un significato più profondo: vuol dire “intrattenere gli ospiti con tutto il cuore”. E sicuramente è ciò che aveva voluto fare il duca Guglielmo Gonzaga il 13 luglio 1585, con il gusto e lo sfarzo degno di una corte tra le più ricche e vivaci d’Europa, per quei “principi venuti dall’Oriente” che, dopo aver soggiornato a Roma, erano giunti in visita nella Repubblica di Venezia. Li accolse nel Ducato di Mantova, su una carrozza trainata da quattro cavalli, coperta di velluto cremisi e riccamente guarnita d’oro, scortata da cinquanta carrozze e cento gentiluomini a cavallo. Quei “principi” erano quattro giovanissimi giapponesi salpati oltre tre anni prima dal porto di Nagasaki per raggiungere l’Italia e portare doni a papa Gregorio XIII da parte di alcuni nobili convertiti al cristianesimo. Giuliano Nakaura era uno dei componenti della prima ambasceria partita dal Giappone. Tornato in patria divenne sacerdote della Compagnia di Gesù e per quarant’anni si dedicò all’evangelizzazione. Morì a seguito di un crudele martirio (21 ottobre 1633) e dieci anni fa, il 23 novembre 2008, è stato beatificato insieme ad altri 187 martiri giapponesi. Nel decimo anniversario della beatificazione, una delegazione, composta da venti cattolici e guidata dall’arcivescovo di Nagasaki, Joseph Mitsuaki Takami, ha ripercorso il viaggio sulle orme del beato Giuliano. E, ancora una volta, il cuore del “Ducato” si è aperto all’ospitalità. La sera del 26 novembre, la città di Mantova ha incontrato l’arcivescovo Takami nell’aula magna del Seminario, per un dialogo incentrato sul cattolicesimo nipponico, ampiamente segnato dal sangue dei martiri, che per due secoli e mezzo è stato perseguitato e costretto alla clandestinità. Maddalena Portioli, vicepresidente del Consiglio comunale, ha portato i saluti del sindaco e di tutta la cittadinanza. È seguita l’intervista del direttore della “Cittadella”, don Giovanni Telò, che ha posto all’arcivescovo alcune domande per offrire spunti di riflessione. I cattolici in Giappone sono lo 0,3% della popolazione, concentrati soprattutto nella costa ovest del Paese. Nell’arcidiocesi di Nagasaki, che conta 72 parrocchie, raggiungono il 4,5%. «Nei secoli delle persecuzioni – ha raccontato monsignor Takami –, in assenza di sacerdoti, sono stati i laici a non far morire la scintilla della fede, battezzando i propri figli e tramandando i riti di generazione in generazione. Quando, alla metà dell’Ottocento, i missionari sono tornati, hanno trovato una Chiesa viva e ricca di tradizioni, che oggi dialoga con le altre religioni, interpretando i dettami del Concilio Vaticano II». Don Telò si è soffermato sulla ferita che a Nagasaki porta il nome di bombardamento atomico (9 agosto 1945). «La pace è il dono più importante – ha ribadito l’arcivescovo –. Pace è anche quella interiore, del cuore, del Vangelo vissuto che parla di vita eterna. Il terrorismo, la minaccia costante delle armi nucleari, i conflitti regionali che alimentano il problema dei rifugiati, le varie forme di discriminazione, le disparità economiche, minano la pace nel mondo. Dobbiamo insegnare ai giovani il rispetto, l’amore, la bellezza. E a vivere il Vangelo». Ma i cattolici in Giappone faticano a fare breccia. «La società è secolarizzata, rigida, e le persone danno priorità ai beni materiali – ha aggiunto Takami –. Lo stile di vita è “occidentalizzato”. Il cristianesimo è visto come la religione dell’Europa, dove essa affonda le sue radici, quella stessa Europa che è la culla dello stile occidentale: per questo i cattolici sono sentiti lontani dalla cultura e dalla sensibilità giapponese. Ai cattolici è chiesto un impegno coerente di testimonianza». Il vescovo Marco Busca, al termine, ha salutato gli ospiti e ha donato loro un libro sulla basilica di Sant’Andrea. Il giorno successivo, alle 8 del mattino, monsignor Takami ha celebrato la Messa nella basilica di Santa Barbara. È seguita la visita all’Archivio di Stato che conserva i documenti del passaggio dei quattro “principi d’Oriente” e una lettera di ringraziamento al duca Guglielmo, scritta in caratteri giapponesi con traduzione in volgare a fianco. E proprio come avvenne per Giuliano Nakaura e i suoi compagni, la delegazione si è avventurata per le sale di palazzo Ducale. Nella basilica di Sant’Andrea, poi, il gruppo ha voluto innanzitutto pregare nella cripta davanti ai Sacri Vasi che conservano la terra imbevuta del sangue di Gesù, raccolta ai piedi della croce. Nel pomeriggio, la visita all’ex monastero di San Benedetto Po, anche questo meta di quei giovani che quattro secoli fa aprirono una via con l’Oriente fatta di amicizia, di fede e del prendersi cura dell’ospite “con tutto il cuore”.
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