Visto con i nostri occhi
La fede di un prete: «Signore, tu ci sei»
A 90 anni è morto don Dante Lasagna, parroco di Pegognaga dal 1977 al 1998. Uomo tenace e generoso, aveva prestato per 6 anni servizio missionario in Brasile
12/11/2018
Chi era don Dante Lasagna? Come viveva? Perché è diventato “scomodo”? Tento – con molta modestia – di dare una risposta a queste domande. La fonte a cui mi ispiro è l’esperienza che ho condiviso con lui da vicario generale, dal 1995 al 2002, e poi soprattutto nel periodo in cui abbiamo condiviso la pastorale nello stesso vicariato. Il momento più forte l’ho vissuto quando ha lasciato la parrocchia di Pegognaga come parroco e nei primi anni alla casa di riposo “Ernestina Bovi”.
Don Dante Lasagna era nato a Villa Saviola, frazione di Motteggiana, il 4 giugno 1952. Ordinato sacerdote dal vescovo Menna nel 1952, negli anni successivi svolge il suo servizio come vicario parrocchiale in Sant’Apollonia a Mantova, a Pegognaga e a Quistello. Dal 1965 al 1971 è sacerdote fidei donum in Brasile. Dopo il ritorno dalla missione, nel 1972 è di nuovo a Pegognaga come vicario; nel 1977 riceve la nomina a parroco, incarico che mantiene fino al 1998. Poi continua a svolgere il suo servizio come collaboratore e, dal 2010, risiede presso la casa di riposo, dove muore il 3 novembre 2018. I funerali sono stati celebrati il 5, alla presenza del vescovo Marco Busca, di numerosi sacerdoti e parrocchiani.
Don Dante: semplicemente un uomo, un sacerdote, prete fino in fondo coerente fino alle estreme conseguenze; lontano da ogni compromesso, vicino alla sua gente. Ho registrato una frase da un suo parrocchiano di Pegognaga: «La benzina è il mio pane: perché preferisco riempire il serbatoio dell’auto piuttosto che il frigorifero per poter correre, anche di notte, ad aiutare chi era nei guai».
Ora vorrei lasciare la parola a lui, tenendo conto di alcune affermazioni che aveva condiviso con me, che poi io elaboravo e scrivevo. Diceva: «Io so che tutto è in mano a Dio e che Dio non mi può fare del male e che tutto volge alla santificazione della mia anima». Ma subito dopo, a testimonianza del fatto che la fede non può essere considerata un pacifico possesso, aggiungeva: «Io so che un giorno sentirò che mi sono santificato non sui punti di forza, ma sui punti della mia debolezza». Non si tratta – spiegava don Dante – di fare teorie. Niente è certo, niente è sicuro: questo sussurra la fede che invita a scegliere, a fidarsi, ad abbandonarsi a Dio.
«Non chiedete a me che vi spieghi qualcosa della teologia; non è il mio compito. Chiedetemi invece di aiutarvi a fare il salto. Io sono sempre nel punto estremo della mia fede». Una vita infatti non può essere tale se non riconosce questo scatto, questo scegliere l’incerto per il certo, se ti manca questa addizione che da sola può dare forma a un’esistenza che altrimenti risulterebbe scialba, perché priva dell’esperienza di Dio, di un Dio che si rivela prima di tutto nella fede.
In questo senso l’esperienza del dolore rappresenta anche per don Dante uno dei passaggi più ardui, sicuramente il discrimine più netto, per la prova della fede: «Anche sulla questione del dolore, del male nel mondo, non facciamo della polemica». Il primo atteggiamento religioso dell’amore che cammina verso Dio è l’accettazione del reale, con cui si vive. «Sì, è vero, tutto è mescolato. Dio esiste e c’è il male nella storia. Non si tratta di capire. Si tratta piuttosto di credere e di approfondire questo mistero che unisce l’uomo a Dio anche nell’incertezza e nel dolore».
La fede è questa vita nascosta con Dio di cui gradualmente per tutta l’esistenza scopriamo i contorni. Essa è come una “gestazione misteriosa” che progressivamente ci fa nascere all’incontro con il Dio di Gesù Cristo, che sta dicendo a don Dante: «Vieni, benedetto, ti farò sedere a tavola e mi metterò a servirti» (Lc 12,37).
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