Visto con i nostri occhi
La mancanza di lavoro può uccidere
Il vicario episcopale per i rapporti con il territorio mons. Paolo Gibelli invita a rivolgere più attenzione al capitale umano che non a quello economico
30/06/2016
mons. Paolo Gibelli

I media locali nei giorni scorsi hanno riportato la notizia del ritrovamento del corpo senza vita di un uomo di 38 anni in un canale a Giudizzolo. La persona viveva a Cavriana, era disoccupata da tempo. Aveva riferito ai familiari di aver trovato un’occupazione in una città vicina, ma si è scoperto, dopo il ritrovamento della salma, che non era vero.
La disoccupazione è ormai da qualche anno una grave piaga sociale alla quale, purtroppo ci siamo assuefatti e una notizia tragica come questa ci può lasciare quasi indifferenti. La mancanza di lavoro, l’estrema difficoltà di ritrovarlo dopo averlo perso in una persona nel pieno della vita può portare alla depressione e la depressione può portare al gesto estremo del suicidio.
Ricordo molto bene l’intevento di un lavoratore della Burgo, quando, alcuni anni fa organizzammo un incontro di una rappresentanza di lavoratori con il Vescovo Roberto in seminario. L’essere rimasto senza lavoro a 40-50 anni, diceva, era avvertita come una grave ferita che andava a colpire il senso della dignità della persona. L’essere e il fare, nella concretezza della nostra vita, sono infatti strettamente correlati. Il fare, il lavorare, l’essere impegnato in un’azione nella quale posso esprimere le mie capacità pratiche, intellettuali e relazionali conferisce alla mia vita un certo senso di dignità, di valore, oltre che fornire i mezzi per il sostentamento.
Nei detti dei padri del deserto si racconta che un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: “O Signore! Io voglio salvarmi ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?” Ora, sporgendosi un po’, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto a intrecciare corde, e poi si alza ancora e prega. Era un angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: “Fa’ così e sarai salvo”. All’udire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio: così fece e si salvò.
Oggi, purtroppo, assistiamo a una grande difficoltà a trovare lavoro, soprattutto per chi l’ha perduto ad una certa età. È il grande senso di impotenza che avvertiamo nei nostri centri di ascolto della Caritas, sparsi nel territorio della Diocesi, quando cerchiamo, in stretto dialogo con i servizi sociali del Comune, di impostare un progetto di recupero dell’autonomia per una famiglia, per evitare di lasciarla dipendente dall’aiuto (generi alimentari, pagamento di bollette, di mensilità dell’affitto). Quale progetto si può fare quando manca il lavoro per entrambi i coniugi di una famiglia? Che cosa possiamo fare come comunità cristiana? In un recente incontro un’esperta in economia diceva che in Europa i risparmi delle famiglie mediamente in questi ultimi anni sono cresciuti. Perché queste risorse economiche, almeno in parte non vengono investite per creare opportunità di lavoro? Forse dobbiamo impegnarci di più per contribuire a creare un clima di maggiore fiducia che porti a vincere le paure, che induca a osare e investire di più, ad avere più attenzione al capitale umano che a quello economico-finanziario. La comunità ecclesiale potrebbe con più determinazione assumersi il compito di mediatore sociale, di facilitatore di dialogo tra le parti sociali in conflitto, di custode della buona qualità sociale della convivenza. Il Papa Francesco ci ricorda che “i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani. Rinunciare a investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società” (L.S. n. 128).
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