Visto con i nostri occhi
La missione in Etiopia si trasferisce e va ad Abol
La difficile situazione nel territorio di Lare ha richiesto di individuare una nuova zona in cui la diocesi di Mantova sarà operativa dalla fine di luglio. Arriva don Barbieri
10/07/2018

di Matteo Pinotti
Quasi un anno fa, da queste stesse pagine della Cittadella, avevamo presentato il resoconto di alcuni progetti realizzati, a Lare e in Sud Sudan, con la speranza che la situazione potesse evolversi positivamente nella direzione della pace.
Purtroppo così non è stato. Il nostro rientro a Lare, nei primi giorni dell’agosto 2017, ha coinciso con l’aggravarsi della situazione al confine. Le forze armate governative dell’esercito di Juba hanno conquistato Pagak, che è in territorio sud sudanese ma appena oltre il confine, a 10 km dalla nostra missione. Per noi che fino a un mese prima vi avevamo passato molte giornate, incontrato persone e realizzato progetti, è stata una sensazione spiacevole e surreale scoprire che improvvisamente quel luogo era diventato inaccessibile. Pagak era la roccaforte delle forze di opposizione di Riek Machar e là si erano concentrati i nostri progetti di scavo di nuovi pozzi, di riparazione di vecchie pompe di acqua e di aiuto alle vedove di guerra.
Nei giorni precedenti gli scontri, tutta la popolazione civile è fuggita in Etiopia attraversando il confine con il bestiame e con le poche cose in suo possesso. Dopo varie settimane, ha potuto finalmente essere registrata e accolta nei campi profughi allestiti dall’Onu nella nostra zona.
Gli avvenimenti di Pagak hanno avuto un effetto immediato anche per il villaggio di Kubri, in territorio etiopico ma proprio sul confine, dove avevamo una cappella e una piccola comunità cristiana, che è stato preso sotto controllo da una nutrita guarnigione dell’esercito etiopico.
A creare ulteriore disagio, nel mese di settembre le piogge particolarmente intense hanno provocato lo straripamento di un fiume che si trova a monte rispetto a Lare e quindi tutta l’area, compresa la nostra missione, è stata allagata da 70 centimetri di acqua nauseabonda. Noi stessi abbiamo dovuto abbandonare Lare. Siamo potuti ritornare dopo un paio di settimane e il lavoro di bonifica e pulizia ci ha impegnati per quasi un mese. In quel periodo abbiamo anche potuto distribuire aiuti di emergenza ad alcune famiglie del nostro quartiere, il più colpito dalla alluvione
Purtroppo non si è invece normalizzata la situazione a Pagak: tuttora i due gruppi militari si fronteggiano, con scontri armati abbastanza frequenti, per contendersi il possesso della frontiera e della pista di atterraggio. La tensione, il senso di precarietà e di incertezza sul futuro sono tuttora forti e coinvolgono tutta la popolazione di etnia nuer e di conseguenza tutto il territorio in cui risiede. La quasi totalità della popolazione civile di Pagak non ha potuto rientrare nella propria terra e vive ancora nei campi profughi.
Negli ultimi mesi dell’anno è anche scoppiata una crisi politica in Etiopia, con atti vandalici, manifestazioni e violenza in diverse parti del paese. Ora con la designazione del nuovo primo ministro, che sta avviando una politica di riconciliazione nazionale, la situazione in Etiopia si va rapidamente normalizzando, speriamo in modo stabile.
Pur in questa situazione di incertezza, a novembre abbiamo scelto di aprire come ogni anno l’ostello degli studenti, anche per dare un segno di normalità e di stabilità ad una popolazione, soprattutto giovanile, che ha perduto la maggior parte dei propri punti di riferimento. Siamo riusciti ad accogliere sessantacinque ragazzi, dando anche quest’anno uno spazio particolare ai giovani provenienti dal Sud Sudan. Si tratta per la maggior parte di figli di militari che sono al fronte, orfani di guerra e ragazzi soldato. Potete immaginare come ogni frammento di notizia che giunge a Lare da oltre il confine li tocchi da vicino e influisca sul clima emotivo dell’ostello.
Tutto questo ha influito sull’ambiente umano di Lare. Nuova importanza hanno assunto, per i giovani e per gli adulti, l’appartenenza a una chiesa o a un qualche gruppo, come punto di riferimento e luogo di identità alternativo a quello tradizionale del clan famigliare, che rimane fondamentale nei momenti di crisi ma è percepito come incapace di rispondere alle novità del vivere di oggi. Con queste persone stiamo cercando di costruire una comunità cristiana che tenga conto delle loro esigenze ma che vada anche oltre, scoprendo al suo interno quelle risorse umane e di fede che spesso rimangono nascoste.
Sul piano della ministerialità si stanno facendo buoni passi. Ci sono ormai diverse persone che regolarmente e di propria iniziativa si prendono cura della chiesa, della preghiera del mattino quando non c’è la messa, della visita agli ammalati del vicinato o a coloro che si sono allontanati dalla comunità. In passato tutto questo doveva essere regolato dalle norme dell’equilibrio tra i clan e dalla suddivisione del “potere” dentro la chiesa, ma adesso le persone si muovono con più libertà e spontaneità. Anche quest’anno, durante il mese del nostro rientro in Italia, rinnoveremo la scelta pastorale di affidare la chiesa, gli edifici e le persone, ai membri stessi della comunità cristiana, ciascuno con incarichi diversi.
A fine maggio sette donne adulte hanno ricevuto la cresima e in giugno abbiamo celebrato per la prima volta, dopo tredici anni, il matrimonio religioso di una coppia di Lare, John e Rebecca. In agosto proporremo, alle giovani coppie già sposate con rito tradizionale, una serie di incontri per illustrare il matrimonio cristiano e confidiamo che qualcuno di loro ci pensi seriamente per il prossimo anno.
Guardando al futuro, la novità per la chiesa di Mantova è l’arrivo di don Sandro Barbieri, un dono inaspettato che il vescovo Marco ha deciso di fare alla chiesa di Gambella. Nello scorso mese di marzo abbiamo avuto la gradita e fruttuosa visita da parte della piccola commissione giunta da Mantova: don Libero Zilia, don Gianfranco Magalini e don Paolo Gibelli. Hanno concordato con i responsabili del vicariato di Gambella che a fine luglio 2018, quando don Sandro concluderà lo studio della lingua ad Addis Abeba, lui ed io ci trasferiremo nella nuova missione di Abol. È un ambiente molto diverso dalla zona di confine di Lare, ma nello stesso tempo vivace e in fase di sviluppo, perché è un nuovo villaggio, a solo 15 km dalla città, in cui stanno sorgendo nuovi negozi, strutture dell’amministrazione pubblica e servizi. Utilizzando le strutture sportive e gli ambienti già presenti, si potranno fare attività di oratorio e animazione giovanile che, insieme alla scuola materna già funzionante da quest’anno, sono le iniziative sociali principali della missione.
Questi ambienti e queste attività renderanno possibile l’accoglienza di singoli e di gruppi di volontari da Mantova, giovani e adulti. Come in ogni missione, queste attività sociali saranno supporto e occasione per l’annuncio missionario del Vangelo che, come ci ricorda spesso anche papa Francesco, è la principale forma di carità verso il prossimo.
Per me, don Matteo, dopo 15 anni di missione in due ambienti completamente diversi, si presenta ora una nuova sfida da affrontare, ma avrò di nuovo la grazia di condividere il ministero con un confratello prete mantovano.
Cogliamo l’occasione per ringraziare tutti coloro che con fedeltà e fiducia hanno sostenuto anche in questo anno la missione di Lare: singoli, gruppi e parrocchie, che ci hanno accompagnato con la preghiera, l’aiuto economico e l’amicizia.
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