Visto con i nostri occhi
La parola ai giovani tra paure e desiderio di futuro
Quando l’ascolto dei ragazzi diventa occasione per una riflessione più attenta dei cambiamenti in atto
31/08/2016

A cura di GIEFFE

Ci sono libri che più di altri hanno il potere di colpire per la schiettezza e la lucidità con le quali affrontano le cose. Così è per il lavoro di Stefano Laffi, Quello che dovete sapere di me. La parola ai ragazzi. Feltrinelli.
Il libro nasce nell’estate 2014, quando trentamila ragazzi scout tra i sedici e ventun anni vivono l’esperienza della route nazionale sul tema del coraggio. Circa 900 di loro accettano di raccontarsi apertamente attraverso la forma della lettera e da questo ricchissimo materiale nasce l’idea del libro.
All’autore che sarà presente a Mantova per il Festivaletteratura abbiamo chiesto di rispondere ad alcune domande e lo ha fatto regalandoci righe di assoluto interesse e meritevoli di andare ad ascoltarlo personalmente durante i giorni della manifestazione.

Il tuo libro parla di giovani che sembrano voler vivere con intensità una vita avvertita con tutte le sue fragilità personali e collettive. Ripiegamento su di sé o una forma di nuova saggezza “in progress”?
Forse l’aver creato un ambiente educativo più equilibrato di quello della società è un dono della formazione scout. Io la vedo come una strategia di sopravvivenza: in assenza di grandi strade maestre da seguire occorre trovare dentro di sé tutte le risorse per andare avanti e questo cammino è più efficace se fatto in compagnia, coi propri amici, perché da soli non ci si salva.

Qualcuno chiama gli adolescenti “generazione ghost”, quasi degli invisibili che noi adulti non riusciamo più a vedere. Qual è il tuo parere?
Non amo le definizioni, ma convengo sul senso di questa, gli adulti faticano a vederli. Suggerisco solo un paio di cose: da un lato dobbiamo smettere di giudicarli rispetto a norme, aspettative, standard che abbiamo deciso noi per loro. Dall’altro, credo sia necessario fare loro spazio, invitare i giovani a compiti di realtà, affidare loro il cambiamento di quanto noi non riusciamo più a trasformare. Avendoli a fianco, in ruoli di protagonisti, ci accorgeremo di loro e delle loro straordinarie e per noi inaccessibili possibilità.

Una ragazza ha scritto che la vita degli adolescenti oggi non è affatto facile. Il libro lo conferma in ogni pagina. La risposta oscilla tra “Poverini “ e “Ci siamo passati tutti”. C’è una terza via?
Penso che oggi ci sia una profonda cesura tra le generazioni. Per intenderci, questi giovani sono di fronte alla prospettiva di cambiamenti molto forti, su cui si interrogano anche in queste lettere, senza trovare nelle vite dei genitori nulla di simile. A molti adulti capita di non sapere cosa consigliare, consapevoli che il futuro è imprevedibile e il passato non ci regala il repertorio di esperienze da cui estrarre la soluzione giusta.
A essere onesti, anche agli adulti stanno capitando le stesse cose: la precarietà è diventata endemica, nessuno può vivere di rendita. La mia proposta è riconoscerlo, mettersi in discussione, ridurre i ruoli normativi che non ci possiamo più permettere e vivere assieme a bambini e ragazzi l’avventura della conoscenza. Se a questa generazione toccherà reinventarsi tutto, perché non farlo insieme?
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