Visto con i nostri occhi
La povertà è plurale, italiani più a rischio
Presentati i dati sulle attività della Caritas diocesana nel 2018. Aumentano i connazionali che vanno ai centri d’ascolto. Il disagio tocca molti ambiti e spesso può nascere da un matrimonio fallito
18/11/2019
Non aiuti materiali, bensì speranza in un futuro migliore. Per combattere la povertà occorre cambiare strategia. Favorire l’incontro, costruire relazioni, accompagnare le persone a ritrovare una vita autonoma. È questo il messaggio lanciato venerdì in Seminario, durante la presentazione delle attività svolte dalla Caritas nel 2018. L’analisi, diffusa dall’Osservatorio diocesano per le povertà, descrive un quadro poco confortante. Il Mantovano è in difficoltà e a chiedere aiuto sono sempre più italiani. Preoccupa, in particolare, la complessità generale del fenomeno. La fragilità, infatti, riguarda persone di età, origini ed estrazioni sociali diverse e può racchiudere bisogni molto diversi.
Nel 2018 si sono rivolte ai centri di ascolto 4.400 persone, in lieve flessione (-4,3%) rispetto all’anno precedente. Alcune hanno alle spalle una famiglia, perciò si stima che la popolazione coinvolta sia di 12mila persone. Gli stranieri restano la maggioranza ma sono in calo (-7,6%) mentre gli italiani vanno in controtendenza (+4,6%): oggi rappresentano il 27,2% della popolazione totale. «La diminuzione ha cominciato a verificarsi nel 2014 – ha affermato Davide Boldrini, responsabile dell’Osservatorio – quando gli stranieri hanno progressivamente abbandonato la provincia a causa della crisi ed è mitigata dagli italiani che li hanno parzialmente sostituiti. Prosegue, dunque, una fase di difficoltà del territorio che si sta impoverendo anche rispetto alle prospettive del futuro, con la continua perdita di giovani che si allontanano per accedere a migliori opportunità di vita».
Le persone incontrate dagli operatori per la prima volta sono state 1.039 (il 23,6%), di cui 264 italiane. In generale, gli italiani sono anche mediamente più anziani: la fascia d’età più frequente infatti è 45-49 anni, mentre per gli stranieri è 35-39 anni. Una differenza sostanziale che rende più difficile trovare un lavoro e quindi complica il percorso verso l’autonomia. Tra gli stranieri, l’origine più comune riguarda i Paesi africani: Marocco (26,5% degli utenti), Ghana (6,9%) e Nigeria (5,2%). È interessante notare che il 60,5% degli stranieri possiede un permesso di soggiorno, mentre solo l’11,6% afferma di non essere in regola. «La quota di stranieri irregolari che si rivolge a Caritas è una minoranza – ha sottolineato Boldrini – e ciò confligge con una rappresentazione dei migranti che purtroppo indugia su un’eccessiva rappresentazione delle situazioni di irregolarità. Generalmente gli immigrati sono ben inseriti nel tessuto sociale».
Tra gli elementi che possono rendere le persone più fragili c’è il fallimento del matrimonio: un’esperienza negativa tre volte più comune tra gli utenti dei servizi Caritas rispetto al resto della popolazione. In condizioni simili, infatti, calano le risorse a disposizione ed è più difficile far fronte alle spese, con il rischio conseguente di perdere l’abitazione. Sono circa 500 le persone sole incontrate nel 2018, un fenomeno che riguarda soprattutto gli italiani.
Un altro aspetto delicato riguarda le donne. Se, da un lato, la generale dipendenza economica dall’uomo impedisce a molte di emanciparsi (specie se vittime di violenza), dall’altro il loro contributo al bilancio familiare può essere decisivo. «Il lavoro femminile offre la possibilità a molti nuclei di uscire da forme di povertà economica – ha aggiunto Boldrini –. È un vettore di integrazione sociale e un motore di sviluppo del territorio». Gli utenti dei servizi Caritas hanno spesso bisogni differenti. Non solo povertà economica, problemi di occupazione o legati alla casa, ma anche difficoltà a sostenere spese mediche o a pagare gli studi dei figli. In questo senso, la fragilità manifestata dagli italiani appare più complessa e quindi difficile da affrontare, perché i problemi sono radicati nella storia delle persone e il disagio persiste da più tempo.
Per quanto riguarda nello specifico i servizi di Caritas, nel 2018 sono stati distribuiti 1.605 pasti freddi al giorno a 804 persone (tra cui 252 famiglie). Continua l’attività delle tre mense (che si trovano a Castiglione delle Stiviere, Mantova e Suzzara) a cui si sono rivolte circa 550 persone (120 italiani). Restano molto utilizzati servizi come guardaroba, doccia e cambio abiti. Inoltre, si consolida l’attività di microcredito del servizio “Proximis”: vi si sono rivolte 308 famiglie, il 55% delle quali italiane. Nel 2018 sono stati elargiti finanziamenti a tasso agevolato per 32.550 euro, oltre a 39mila euro di contributi a fondo perduto. Risorse significative che portano il totale complessivo degli aiuti stanziati dal 2009 (quando è partito il servizio) a oggi a oltre un milione di euro. Prosegue l’attività di accoglienza, gestita dall’associazione Abramo.
L’anno scorso sono state ospitate 242 persone, tra cui 83 famiglie e 85 minori; il 21,49% erano italiane. Il servizio è articolato in strutture, comunità protette e piccoli alloggi distribuiti sul territorio, alcuni messi a disposizione dalle parrocchie. Permette di rispondere a esigenze differenti: uomini soli, donne fragili o vittime di violenza, richiedenti asilo, famiglie. «L’accoglienza dura in genere 12-18 mesi ma spesso non bastano – ha affermato la direttrice di Caritas, Silvia Canuti –. Le donne, in particolare, hanno bisogno di tempo per reinventarsi e non sono aiutate dalla burocrazia. Capita di dover attendere mesi prima che venga emesso un ordine di allontanamento del marito violento dalla loro casa e in quel periodo loro devono restare in una comunità protetta. La situazione si ripercuote sui figli, sradicati dal territorio dove hanno amici e frequentano la scuola. Nel complesso, la povertà è un fenomeno complesso e plurale, un puzzle fatto di molti tasselli».
La Cittadella Mantova La Cittadella Mantova