Visto con i nostri occhi
La «Scuola senza frontiere» ha i colori di tutto il mondo
Gli studenti sono stati 500. Lezioni gratis per imparare la lingua italiana e consentire l’integrazione. Allievi e insegnanti accolti dal vescovo Busca: confronto su temi d’attualità.
12/11/2018
Quest’anno sono passati cinquecento allievi, un numero davvero elevato. Due ore di lezione al mattino, altrettante al pomeriggio; dal lunedì al venerdì, mesi di giugno e luglio compresi. Dieci insegnanti (otto volontari e due retribuiti) fanno funzionare la Scuola senza frontiere, con sede in vicolo San Paolo 2, a Mantova, dietro il duomo. È una scuola gratuita, aperta a tutti, attiva dal 2002, con la quale gli stranieri possono imparare la lingua italiana, strumento indispensabile per inserirsi nella realtà sociale del nostro Paese e avere anche l’opportunità di poter trovare un lavoro. La scuola provvede inoltre alla preparazione di coloro che intendono iscriversi ai test di lingua italiana previsti dalle normative per la concessione del permesso di soggiorno di lunga durata.
Gli studenti provengono da ogni parte del mondo: dall’Europa dell’Est, Africa, Asia, America Latina. Un uomo di 46 anni, Anderson – i suoi antenati erano originari della provincia di Rovigo –, arriva dal Paraná, uno Stato del Sud del Brasile. «Avverto molta nostalgia per mio figlio Teodoro, 11 anni, che è rimasto là, ma ci sentiamo spesso per telefono», dice con una evidente commozione. Marietou invece è senegalese, 38 anni, madre di sei figli, il più piccolo ha compiuto sei mesi: abitano a Castelbelforte. Juliet giunge dalla Nigeria ed è ospite presso la casa famiglia della comunità “Papa Giovanni XXIII”, negli ambienti parrocchiali di San Silvestro di Curtatone. Dalla Romania invece arriva Sofica, 44 anni: ha lasciato la sua famiglia per venire in Italia a svolgere l’attività di badante.
Le loro storie si sono intrecciate con lo spirito di accoglienza e di dialogo del vescovo Marco Busca, che, il 30 e 31 ottobre, ha voluto incontrare gli studenti della Scuola senza frontiere, accompagnati dai loro insegnanti (il presidente dell’associazione è Sandro Saccani) e dalla direttrice della Caritas diocesana, Silvia Canuti. La Caritas finanzia la scuola tramite i fondi dell’8 per mille della Chiesa cattolica, ma l’istituzione si regge grazie anche ad altri contributi.
Gli studenti hanno rivolto al vescovo alcune domande, legate all’attualità: l’atteggiamento degli italiani verso gli immigrati, la posizione della Chiesa, il modo con cui favorire la socializzazione tra italiani e stranieri. «In generale gli italiani sono accoglienti – hanno sottolineato alcuni allievi –, diciamo metà e metà, però poter trovare un lavoro attualmente è molto difficile».
Il vescovo Busca ha ricordato come tutte le religioni evidenzino che l’uomo è un fratello, non un nemico, e che lo straniero è un fratello da ospitare. «Purtroppo oggi domina la paura, che dobbiamo saper vincere. Vincere anche la diffidenza. Se c’è una guerra da combattere è quella contro l’egoismo. L’importante è che tutti: cristiani, musulmani e persone appartenenti ad altre religioni cerchiamo Dio». Monsignor Busca ha definito Dio «colui che ci ama e ci può donare una vita che non finisce mai». Ha aggiunto: «Ci attende un’altra vita, un giardino pieno di fiori, ma il fiore più bello è l’amore da coltivare tra noi. I poveri sono i prediletti da Dio: lo affermano anche i musulmani che, tra i pilastri della loro religione, pongono l’elemosina. Se amiamo i poveri ci comportiamo secondo il progetto divino».
Il vescovo ha ricordato la posizione assunta da papa Francesco: un Paese non può accogliere un numero illimitato di persone, ma deve favorire una buona accoglienza degli uomini, delle donne e dei bambini che ospita. Non bisogna compiere azioni che vanno contro la legge o lo Stato. Ha proposto anche alcuni consigli per «vivere meglio in Italia»: imparare bene la lingua italiana, saper stare insieme educatamente con tutti, compiere gesti buoni, farsi conoscere attraverso la cultura del Paese di provenienza. «Trattate bene gli oggetti e l’ambiente che vi circonda, perché l’Italia è anche il vostro Paese». Infine, un apprezzamento e una promessa: «Sono contento che siate venuti a trovarmi. Prego per voi affinché possiate vivere sempre meglio».
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