Visto con i nostri occhi
La storia di Francesco, un calcio ai pregiudizi
La nazionale italiana di atleti amputati è stata ospite in provincia dal 4 all'8 giugno. L'iniziativa è partita grazie alla passione di un 19enne nato senza la gamba destra
11/06/2018
«Forza ragazzi, in campo. Fate un po’ di riscaldamento e poi iniziamo». L’allenatore indica il prato, dove ha già sistemato tutto il materiale per gli esercizi. In un punto una serie di ostacoli, uno di seguito all’altro. Poco più in là qualche palo di plastica piantato nel terreno, da superare correndo in slalom. Infine, un campo delimitato da coni colorati: ai lati le due porte, più piccole rispetto a quelle classiche.
Uno dopo l’altro, i giocatori entrano in campo. Si capisce subito che si tratta di un gruppo speciale: ciascuno di loro, per muoversi, usa le stampelle. Non un segno di mancanza o debolezza, ma il simbolo di un riscatto: correre dietro a un pallone ha il sapore dolce di una libertà ritrovata. Significa lottare contro i propri limiti per scoprire, dietro ai problemi, nuove capacità. Energia che scorre e dà senso alla vita.
I ragazzi fanno parte della nazionale italiana di calcio amputati. È la rappresentativa di uno sport che, di fatto, in Italia non esiste. Non c’è un campionato, solo raduni che si svolgono più o meno una volta al mese. L’avventura è cominciata nel 2011 grazie a Francesco Messori, 19enne di Correggio (Reggio Emilia). È nato senza una gamba, ma questo non ha frenato la sua passione per il calcio. Grazie a una deroga del Centro sportivo italiano ha potuto giocare a livello provinciale con i normodotati. Nella sua testa, però, piano piano si è fatto largo un progetto ancora più ambizioso: creare una squadra per giocatori amputati.
Per diffondere l’idea apre una pagina su Facebook e presto arrivano adesioni, proposte, messaggi di incoraggiamento. «Volevo confrontarmi con altri ragazzi nella mia stessa condizione, alla pari – racconta Francesco – e attraverso i social ho conosciuto persone di tutta Italia. Sapevo che sarebbe servita tanta pazienza per realizzare questo mio sogno, però ne è valsa la pena ed è stato bello vedere così tanta partecipazione».
Il “battesimo” della nazionale avviene a fine 2012, mentre il primo incontro ufficiale è dell’aprile successivo, in Francia. Dal 4 all’8 giugno la squadra è stata a Porto Mantovano, ospite della società sportiva “Porto 2005”, che ha messo disposizione campi e strutture per gli allenamenti in vista dei prossimi Mondiali, a ottobre in Messico. Un modo per far conoscere una realtà che può avere un grande valore per le migliaia di persone che ogni anno subiscono amputazioni. La prossima stagione partirà il primo campionato italiano con quattro squadre, ma c’è ancora tanta strada da fare per raggiungere gli altri Paesi. In Turchia, ad esempio, ci sono più di 400 atleti amputati, divisi in tre tornei.
Ogni progetto, però, va avanti un passo alla volta e Francesco lo sa bene: «In Italia questa disciplina è ancora giovane – dice – ma stiamo lavorando molto per farla conoscere e finora abbiamo avuto un buon riscontro. Anche a livello internazionale ci sono sviluppi positivi: esiste una federazione mondiale e il calcio per amputati è stato inserito tra gli sport dimostrativi alle paralimpiadi di Tokyo 2020. La speranza è che rientri nel programma ufficiale a partire dall’edizione successiva».
Nel frattempo, il giovane racconta la sua storia per offrire una testimonianza positiva. In marzo è stato a New York, nella sede delle Nazioni Unite e ha parlato davanti a tremila persone. «La mia esperienza – continua Francesco – insegna che lo sport è un ottimo mezzo per superare le difficoltà. Crescendo mi sono accorto che non avere una gamba non era un problema, ma un’opportunità. Mi piace vivere così e, anche se è strano da dire, è con una gamba che ho realizzato il mio sogno, non con due. Bisogna metterci impegno, costanza e credere in se stessi. I limiti sono solo nella nostra testa».
Parole che Francesco e i suoi compagni di nazionale hanno rilanciato nei giorni scorsi, durante gli incontri organizzati, in collaborazione con la società “Porto 2005”, a scuola, al Drasso Park, in parrocchia. Il desiderio era condividere la loro esperienza con tutta la comunità di Porto Mantovano, offrire spunti di riflessione, spiegare che è possibile trovare una luce anche quando tutto appare buio. «È stato un piace per noi ospitare questi ragazzi – dichiara Diego Fusaro, presidente della società sportiva “Porto 2005” –. Fin dall’inizio abbiamo pensato di far conoscere le loro storie a tutti i cittadini. È stata l’occasione per dare al calcio e allo sport in generale un significato più ampio: un valore sociale che genera conoscenza e inclusione».
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