Visto con i nostri occhi
L'agricoltura guarda avanti tra timori e segni di fiducia
L’emergenza sanitaria ha riflessi sull’economia perché influenza tutte le attività produttive. Come reagiscono le aziende mantovane? Un viaggio all’interno dei differenti comparti
30/03/2020
Il coronavirus induce a chiudere l’Italia ma l’agroalimentare mantovano è tutto aperto, così cisi attende da una terra ricca di produzioni alimentari. E così è. Per essere più diretti sulle conseguenze della pandemia abbiamo intervistato alcuni imprenditori agricoli mantovani chiedendo loro: «Aperti, per forza o per necessità?».
Certamente preoccupato è Thomas Ronconi, presidente dell’Associazione nazionale allevatori di suini (Anas) che conduce, con i familiari, alcuni allevamenti suinicoli nel Mantovano. Il problema recentissimo, per la filiera, è la chiusura di un macello nel Nord Italia. Una chiusura dell’attività, che ci si augura temporanea, per il contagio del personale da coronavirus. Poiché i macelli sono pochi e di grandi dimensioni è sufficiente la dismissione di una struttura per mettere in crisi l’intera filiera. «Per noi – dice Ronconi – è una questione di filiera, non è un problema interno agli allevamenti. Per questi adottiamo tutte le norme di sicurezza necessarie: mascherine, lavaggio delle mani e ogni protezione possibile». Qui l’attesa cresce perché la domanda di carne suina fresca è in aumento, anche per gli accaparramenti indotti dalla pandemia; ma poiché importiamo circa il 50% della carne consumata in Italia, se si chiudono le frontiere ci sarà meno carne per il mercato interno. Il nodo è quindi l’aumento dei consumi di carne fresca e la difficoltà del sistema dei macelli aI soddisfare la domanda di mercato.
Diverso è il problema del latte e dei formaggi, questa volta legato al trasporto del prodotto. Paolo Brutti, vicepresidente della Latteria Sociale Mantova, si sofferma sul tema degli autotrasportatori: «Riceviamo nei nostri tre stabilimenti oltre 6mila quintali di latte, lavorato a Grana Padano, tutti i giorni. Siamo convenzionati con una ditta di trasporto del latte dagli allevamenti ai tre caseifici, ma i camionisti sono preoccupati per la sicurezza personale». Qui il disagio è profondo, specie per chi opera fuori provincia e soprattutto in alcune province confinanti dove la pandemia è più vasta e avanzata.
Anche Matteo Cauzzi, allevatore di vacche da latte biologico di Cavriana, nonché vicepresidente di Agrilatte, cooperativa di raccolta latte con sede a Montichiari (Brescia), legge le difficoltà per la raccolta del latte: «Abbiamo soci in quattro province: Mantova, Brescia, Bergamo e Cremona. Sono 4mila quintali di latte al giorno. Il latte c’è ma poi bisogna gestire prima la raccolta dai soci e poi la distribuzione ai clienti. E la preoccupazione del contagio è molto presente tra i camionisti».
Singolare è la realtà di Bruno Francescon che, con i familiari, conduce le aziende agricole del gruppo, con sede aziendale a Rodigo, il primo in Italia nella produzione del melone: «Noi vogliamo continuare a coltivare la terra, lo facciamo da generazioni e continuiamo a produrre alimenti, meloni ma anche altre orticole e frumento, per la gente, per la nostra gente e per i consumatori europei. Siamo spaventati: noi, i nostri familiari e i nostri numerosi dipendenti. Pratichiamo tutte le misure di sicurezza sanitarie, ma vogliamo continuare senza ridurre le superfici in produzione, assumendoci un grande rischio d’impresa». Un messaggio chiaro di chi lavora per la produzione estiva, che non può interrompersi ora. Chiudere oggi vuol dire rinunciare a un’annata di produzione.
Preoccupazione quindi, ma anche fiducia nel futuro. Saggiamo anche le scelte della Cantina di Quistello, presieduta da Luciano Bulgarelli che premette: «Siamo una cooperativa, a servizio dei soci e della comunità, non solo locale». La Cantina è aperta per garantire la continuità del servizio, sia per la gente del territorio ma anche con il servizio di consegna a domicilio, fortemente potenziato e pubblicizzato in questo periodo, esteso al territorio nazionale. Ma si capisce che qui chiudere è la resa e invece: «Tenere aperto è un segno di speranza», augura il presidente. Di fatto, gli imprenditori assicurano che l’agroalimentare mantovano è “aperto”, per garantire cibo a tutti noi ma anche, pur preoccupati, per condividere fiducia e speranza nel futuro.
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