Visto con i nostri occhi
«L'agricoltura mantovana, un esempio da diffondere»
La realtà ventennale della San Lorenzo, il corso di studi sulle coltivazioni sostenibili, la reazione dei caseifici dopo il terremoto. Un patrimonio che riempie di orgoglio e di cui ha parlato il ministro Maurizio Martina, ospite in città
19/12/2017
L’agricoltura è la base del settore primario e rappresenta una fetta consistente dell’economia italiana. A maggior ragione nel Mantovano, cuore della Pianura padana. Lo sviluppo, anche a livello locale, passa dal rilancio di questo comparto. Il rinnovamento può avvenire solo attraverso nuove prospettive, che aiutino ad affrontare le sfide del presente e del futuro. È questo il percorso che Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura, disegna nel suo libro Dalla terra all’Italia (Mondadori), di cui ha parlato nei giorni scorsi a Mantova. A margine dell’incontro, svolto a palazzo Soardi, ha rilasciato un’intervista alla “Cittadella” per parlare dell’agricoltura dei prossimi anni e della realtà mantovana.
In un'epoca in cui i lettori diminuiscono rapidamente, lei ha scelto di parlare di agricoltura proprio con un libro. Come mai?
Per raccontare la passione, la fatica e la voglia di farcela dei protagonisti di una delle esperienze più importanti del nostro Paese. Quella agricola e alimentare italiana è una metafora del cambiamento possibile. Ho voluto partire dai giovani, dalle loro storie. È l’Italia che accetta nuove sfide da vincere insieme.
Il libro si apre con le storie di giovani impegnati in realtà all’avanguardia, che riguardano soprattutto ordinamenti vegetali o multifunzionali. È un segno che l’innovazione passa più dai primi piuttosto che dalle filiere dei formaggi e della carne?
I giovani agricoltori portano conoscenze innovative, guardano all’agricoltura come occasione di futuro e non con lo specchietto retrovisore. Sono loro i protagonisti della rivoluzione ecologica e digitale necessaria. Le parole chiave sono: sostenibilità, multifunzionalità, tecnologia. In tutti i settori, anche quello zootecnico, per facilitare il grado di automazione e favorire l’interconnessione tra campi, professionisti e consumatori.
Lei sottolinea l’importanza di una nuova classe di agricoltori. A Mantova si vorrebbe creare un corso superiore per l’agroalimentare sostenibile. Che cosa ne pensa?
Mantova può fare da apripista verso un nuovo modello formativo. Le scuole rappresentano il cuore del cambiamento necessario al Paese e noi dobbiamo ripartire da qui. Quest’anno le iscrizioni agli istituti tecnici agrari sono cresciute del 12% e il 24% dei ragazzi del primo anno ha scelto temi legati alla terra, all’alimentazione, all’enogastronomia, all’ospitalità alberghiera. Inoltre, il 95% dei ragazzi che si laureano oggi in agraria trova lavoro presto. C’è un potenziale enorme: sfruttiamolo.
Nella prima parte del libro, affronta problemi etici. Dopo la qualità, la sostenibilità e la sicurezza alimentare è ora il tempo delle produzioni etiche?
La sostenibilità se non è anche sociale, cioè etica, non esiste. Al riguardo, il governo ha approvato la legge contro il caporalato e rafforzato il contrasto all’irregolarità che caratterizza il lavoro agricolo. Una svolta necessaria per tutelare i lavoratori e garantire trasparenza e
tracciabilità ai consumatori. Sulla dignità del lavoro non si tratta.
A Pegognaga è presente da venticinque anni una cooperativa formata da giovani “ribelli” diventati nuovi contadini: la “San Lorenzo”. È una realtà esportabile altrove?
La cooperativa “San Lorenzo” di Pegognaga è un’esperienza centrale per la costruzione di un modello di società più equa e giusta. Va sostenuta. La capacità di interpretare il lavoro agricolo e la sua multifunzionalità con una chiave sociale, di inclusione e sostenibilità, ha un significato che supera il valore economico.
Dopo il sisma del 2012, in un anno il sistema dei caseifici sociali mantovani si è rimesso in piedi. Può essere un esempio utile anche per realtà come Amatrice e Norcia, da lei citate?
Certo. È fondamentale ripartire dal territorio, dall’agricoltura, non solo dando risposte concrete nell’emergenza ma anche guardando avanti. Per questo è giusto salvaguardare l’identità agricola, mantenere vive le attività che costituiscono la base dell’economia e del tessuto sociale di una regione. Da questo punto di vista l’esempio dei caseifici sociali mantovani è emblematico.
Nel suo libro si parla di Europa e del mondo, ma non insiste sulla Politica agricola comunitaria (Pac). Significa che il futuro dell’agroalimentare si costruisce prevalentemente altrove?
Nel libro sottolineo la centralità e la necessità di una politica alimentare europea. Senza i fondi comunitari non avremmo futuro. Tuttavia, dobbiamo interpretare con chiavi nuove il concetto di identità e di sovranità europea. La Pac che vogliamo deve essere meno burocratica e guardare alle tre “A” che sono nel Dna dell’Italia: agricoltura, ambiente, alimentazione. Vogliamo più Europa, ma che sia forte, semplice, vicina ai cittadini e alle imprese. Pur sapendo che l’Europa siamo noi e dipende anche dal nostro impegno.
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