Visto con i nostri occhi
L'Amazzonia brucia, troppi interessi in gioco
Da alcuni decenni, la foresta brasiliana è al centro di un forte sfruttamento. Il Papa invita a cambiare mentalità
02/09/2019
Scandalismo è l’inevitabile riferimento quando, in questi ultimi giorni, vedo l’Amazzonia bruciata e devastata diventare improvvisamente un tema trattato da tutti i mass media del pianeta Terra. Scandalismo: non perché si tratti di esagerazioni o invenzioni, ma per il sospetto che reazioni indignate di politici occidentali nascondano ipocriti tentativi di inventare improbabili verginità ecologiche e, soprattutto, perché stampa, televisione e rete trattano la violenza ecocida contro la foresta tropicale come se fosse un’eccezionale novità. Ma chi può dire di non sapere che “non c’è nulla di nuovo sotto il sole”: le fiamme del fuoco attizzato, la settimana scorsa, dai cosiddetti impresari dell’agribusiness cominciano quando nasce il Brasile coloniale e continuano fino a oggi, con un’intensità che aumenta a partire dagli anni Sessanta e che subisce un’accelerazione esponenziale in questi ultimi trent’anni. Testimone, come malato terminale, vittima del fuoco dei ruralistas, è il cerrado, la savana brasiliana, culla di tutti i bacini idrografici e connessi acquiferi, originariamente il secondo bioma brasiliano in termini di estensione e oggi ridotto a meno della metà, tragico contributo alla distruzione di tutti i fiumi del Paese e del clima della Terra, con violenze ed espulsioni di popoli indigeni e comunità tradizionali. Si tratta del banditismo di matrice capitalista coloniale, egemone fino a oggi, che gioca, da sempre, con l’assenza omessa e la presenza complice delle istituzioni. Complicità e assenza dello Stato che hanno caratterizzato anche i tredici anni del governo di Lula e di Dilma Roussef. Insomma, la profezia di papa Francesco sulla necessità di convertirci a una “ecologia integrale” è processo difficile per chi continua a credere allo sviluppo capitalista. E, oggi, che cosa c’è di terribilmente nuovo? Nuova è l’emergenza delle destre, che nel passato recente dovevano mimetizzarsi, memori delle condanne, apparentemente maggioritarie, del nazismo e del fascismo, e che oggi rivelano senza pudori, senza alibi e senza pentimenti il culto dei privilegi e della violenza contro la creazione di Dio e contro la povera gente. Novità, in questa circostanza, non sono gli incendi forestali, ma il fatto che siano incentivati dal presidente della Repubblica. È importante, poi, non commettere lo stesso imperdonabile errore del cardinale Walter Brandmüller, quando critica il Sinodo per l’Amazzonia come se fosse un’interferenza indebita e lesiva della sovranità dello Stato e della società brasiliana, confondendo così l’Amazzonia con lo Stato brasiliano dell’Amazonas. Quasi un terzo dell’Amazzonia non è brasiliano ed è condiviso da otto Stati: Bolivia, Colombia, Perù, Guyana, Venezuela, Suriname, Ecuador e Francia. Il 70% della Bolivia e il 65% del Perù sono costituiti dalla foresta amazzonica. Con l’eccezione forse della Guyana francese, tutti gli altri Paesi, Bolivia di Evo Morales inclusa, presentano gli stessi problemi del Brasile. C’è una speranza in questi tempi, che rinasce da un’iniziativa della nostra povera Chiesa: il Sinodo per l’Amazzonia, un processo di ascolto che sfocia nell’evento di ottobre, a Roma. In un’ottica decoloniale, gli stessi abitanti della Panamazzonia, propongono cammini per affermare il loro protagonismo nel dialogo macroecumenico, nell’evangelizzazione, nella pastorale e nelle articolazioni e mobilitazioni in difesa dei territori tradizionali della foresta. E in difesa della vita del pianeta Terra. Infine – e questo mi pare profezia quasi inaspettata – chela Chiesa si decida a favore della Panamazzonia è novità sorprendente: significa andare profeticamente oltre le frontiere stupidamente sovrane di nove Stati della Patria Grande.
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