Visto con i nostri occhi
L'azzardo che distrugge le persone
Nel Mantovano, il giro d’affari sul gioco vale 500 milioni di euro all’anno. Ogni cittadino ne spende in media 1.222. Una figlia racconta il dramma del padre: i soldi spariti, le relazioni perse, il tentativo di rialzarsi
01/07/2019
Tutto è partito da uno sfratto, un anno e mezzo fa. Il pavimento pieno di scatoloni, oggetti e ricordi di una vita riuniti in poco spazio, l’obbligo di lasciare subito la casa. Il documento del Tribunale parlava di “morosità”, ma era difficile pensare a una soluzione tanto drastica per una famiglia con un reddito sufficiente a condurre un’esistenza normale. Non poteva trattarsi solo di qualche affitto arretrato. Infatti, quelle rate non pagate erano solo la punta di un iceberg, il segno concreto di una dipendenza capace di inghiottire e distruggere la vita di una persona.
«Quando ho letto l’ingiunzione di sfratto gli ho chiesto il motivo. Lui ha provato a darmi spiegazioni, ma alla fine è scoppiato a piangere. Ha ammesso che giocava d’azzardo ed era pieno di debiti». Maria (nome di fantasia) racconta con coraggio la vicenda del padre, un uomo di oltre settant’anni residente nell’hinterland di Mantova. Fino a qualche tempo fa viveva con la compagna e uno dei figli, diversamente abile. I circa 2.500 euro al mese su cui la famiglia poteva contare sembravano abbastanza. «In realtà finivano dopo una settimana perché lui ne giocava almeno la metà – continua Maria –. Ha cominciato frequentando le sale Bingo, poi è passato alle slot machines. La dipendenza l’ha portato ad avere un continuo bisogno di soldi, così ha chiesto finanziamenti e accumulato debiti. Addirittura, era arrivato a rivendere sigarette, pur di guadagnare qualche euro in più».
Quando è emersa la dipendenza Maria ha cercato una soluzione, pur avendo sempre avuto un rapporto difficile con il padre. Attraverso gli assistenti sociali del Comune è stato possibile rientrare dal debito ed evitare lo sfratto. Poi, per tutelare il fratello diversamente abile, a marzo è stata nominata suo amministratore di sostegno. Ora è lei a gestirne le risorse economiche, affinchè abbia tutto il supporto di cui ha bisogno.
In seguito suo padre si è rivolto anche al Ser.D, la struttura dell’Azienda socio-sanitaria territoriale che prende in carico le persone affette da varie dipendenze. Dopo tre incontri, però, il percorso si è interrotto bruscamente. Nel frattempo, la compagna si è trasferita dalla figlia e al padre di Maria oggi resta solo una pensione da 500 euro. E i demoni non se ne sono andati. «So che gioca ancora – ammette la figlia – ma io non so davvero cos’altro fare. Passa tutta la giornata in un bar vicino a casa sua, dove c’è una sala slot. A volte vado là e lo vedo che guarda gli altri giocare: la sua dipendenza è talmente forte che trae piacere anche in questo modo. Sembra arreso, rassegnato a passare così l’ultima fase della sua vita».
Un’esperienza simile logora, fa cadere le vittime in un baratro e coinvolge i loro famigliari. Tuttavia, può anche aiutare a guardare i propri cari con occhi diversi. «È sempre stato un padre autoritario e rigido – afferma Maria – però questa esperienza mi ha riavvicinata a lui. Provo rabbia ma mi fa anche tenerezza. Ho cominciato a vederlo come una persona fragile che ha bisogno di aiuto. È molto emotivo, piange spesso. È come se le nostre figure si fossero invertite: io la madre e lui il figlio. Non so cosa ci riserverà il futuro: mi piacerebbe portarlo in Calabria, la terra dov’è nato, perché so che è un suo desiderio».
Secondo i dati aggiornati della rete “No slot” di Mantova, l’azzardo in provincia vale 500 milioni di euro: 66,9 finiscono nelle casse dello Stato e 48,8 sono divisi tra concessionari, gestori ed esercenti. Ogni mantovano (bambini compresi) gioca 1.222 euro l’anno. Per quanto riguarda il capoluogo, il business vale 87,6 milioni di euro, addirittura più del bilancio del Comune (86,6 milioni). Numeri allarmanti che testimoniano un problema diffuso e in continua crescita. Tuttavia, se ne parla ancora troppo poco.
Il Ser.D, servizio pubblico che assiste le vittime, è partito solo nel 2014. Vi si rivolgono un centinaio di persone l’anno, di cui una quarantina sono “nuovi ingressi”. «Purtroppo ne intercettiamo solo una minima parte perché tanti si vergognano – dichiara il direttore, Marco Degli Esposti –. È fondamentale il ruolo dei famigliari: spesso sono loro a prendere contatto con gli operatori. A quel punto parte la presa in carico grazie all’aiuto di assistenti sociali, psicologi e medici. Il percorso prevede incontri in gruppo o individuali».
Sono diversi i temi approfonditi: l’impulso di giocare, la gestione delle risorse economiche, il rapporto con il denaro, l’emotività. Dopo una prima fase di conoscenza che dura qualche settimana, gli incontri si svolgono per sei mesi. La cura però continua nel tempo: alcune persone restano in carico al Ser.D per due o tre anni. «È fondamentale agganciare la vittima prima che la situazione sia irrimediabile – continua Degli Esposti –. Basti pensare che, nel 2017, il 46% delle persone non hanno completato il percorso. Di loro non abbiamo saputo più nulla. Bisogna fare in modo che la persona smetta di giocare e non abbia ricadute e la famiglia può dare un grande supporto in questo senso. Il gioco non è un vizio, ma una dipendenza che porta a perdere il controllo, perciò va trattata in modo adeguato».
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