Visto con i nostri occhi
Le nostre campagne, terre di sfruttamento
Coinvolti soprattutto gli stranieri. Hanno difficoltà con la lingua e non conoscono le normative Per combattere il fenomeno sono nati dei tavoli di confronto tra le diverse realtà del settore. Un caso positivo nel Sermidese
24/07/2018
Lo sfruttamento della manodopera nel settore agricolo assume dimensioni preoccupanti. Nelle ultime settimane sono state numerose le operazioni delle forze dell’ordine, intervenute anche in varie zone del Mantovano. A Ceresara è stato arrestato un cittadino 37enne di origini bengalesi, titolare di un’azienda agricola dove erano impiegati, senza un regolare contratto e con compensi da fame, diversi operai. Una vicenda analoga si era verificata a Casaloldo e nella zona di Quistello. Anche in questi casi risultavano coinvolti cittadini stranieri, che sfruttavano nelle proprie imprese gruppi di connazionali, alcuni dei quali senza permesso di soggiorno.
Oltre dieci ore di lavoro al giorno, sotto il sole cocente e l’afa tipica della Pianura padana, per una paga molto inferiore ai minimi previsti dal contratto nazionale e senza alcun rispetto delle norme in vigore. Sono questi i contorni, con ben poche varianti, di una vera e propria piaga diffusa in tutta Italia. Lo sfruttamento del lavoro si mischia sempre più spesso al cosiddetto “caporalato”. Un mediatore ingaggia, illegalmente, una o più squadre di braccianti agricoli da impiegare nei campi, speculando sul compenso (già irrisorio e del quale si intasca una parte) e su vari servizi offerti agli operai (dal trasporto per raggiungere la zona di lavoro al costo del pranzo).
Il quarto rapporto “Agromafie e caporalato” dell’Osservatorio “Placido Rizzotto” della Flai–Cgil stima che siano 30mila (un quarto del totale) le aziende agricole italiane che ricorrono a questo meccanismo di intermediazione. Il giro d’affari del lavoro irregolare e del caporalato nel settore ha raggiunto i 4,8 miliardi di euro, ai quali vanno aggiunti altri 1,8 miliardi di mancati contributi versati allo Stato. In base alle statistiche disponibili, i braccianti impegnati a livello nazionale in agricoltura sono un milione e circa 400mila di loro rischiano di finire nelle mani di imprenditori senza scrupoli e caporali pronti a sfruttarli.
La situazione risulta particolarmente difficile per 132mila, in condizione di grave vulnerabilità sociale e forte sofferenza occupazionale. «Sono dati preoccupanti – afferma Marco Volta, responsabile provinciale del sindacato Flai–Cgil – che fotografano un problema diffuso, purtroppo, anche nel nostro territorio. Nel Mantovano il fenomeno riguarda soprattutto gli stranieri, impegnati nei campi senza alcuna tutela contrattuale all’interno di aziende anch’esse gestite da stranieri. Ad esempio lavorano tutto il mese, cioè una ventina di giorni, ma ne vedono riconosciuti e pagati soltanto una minima parte. Il danno incide anche sul futuro del lavoratore perché, non avendo raggiunto il numero necessario di giorni di lavoro, non potrà ricorrere all’indennità di disoccupazione o agli assegni familiari nel caso in cui venga a cessare un rapporto di lavoro a tempo determinato».
A essere vittime di sfruttamento sono persone che arrivano dall’Africa (Ghana, Senegal, Marocco), dall’Europa orientale (Bulgaria) e da alcune zone dell’Asia. Non è un caso: secondo il rapporto “Agromafie e caporalato” gli immigrati sono una risorsa irrinunciabile per l’agricoltura italiana. In base ai calcoli sarebbero 405mila, tra regolari e irregolari. Spesso si tratta di persone che non parlano bene la lingua italiana, non conoscono le norme e i diritti che dovrebbero essere riconosciuti loro e, trovandosi in un Paese straniero, non sanno a chi rivolgersi per far valere le proprie ragioni. Per questo diventano vittime appetibili per chi vuole approfittarsene.
L’attività di contrasto negli ultimi due anni si è rafforzata, grazie alla legge 199 contro il caporalato approvata nel 2016. Uno dei primi arresti dopo l’entrata in vigore del testo avvenne proprio nel Mantovano. «È stata una grande conquista – aggiunge Volta –, arrivata dopo anni in cui denunciavamo quello che succedeva nelle campagne di tutta Italia. Ha permesso l’arresto di imprenditori che sfruttavano gli operai in condizioni disumane».
La battaglia per un lavoro più legale in agricoltura passa anche dal confronto tra operai, associazioni di categoria, sindacati e imprenditori. Nel Sermidese si sono incontrati più volte in questi mesi, per discutere gli aspetti più critici. Ne è nato un “protocollo d’area” che impone il rispetto delle leggi, affinché non si verifichino più casi di sfruttamento della manodopera. «Assistere ancora a un fenomeno di questo tipo è disumano – conclude Volta –. Quando una persona lavora deve essere pagata e deve vedere riconosciuti i propri diritti, sanciti dai contratti e dalle leggi. Non devono più accadere situazioni simili, perché è in gioco la dignità umana».
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