Visto con i nostri occhi
Mantova e il lavoro
Il momento di chiarezza e responsabilità
17/02/2016

Mentre in altre parti del giornale approfondiamo l’incontro storico di Francesco con Kirill, ritorniamo qui sulle nostre vicende locali che ci pongono questioni non banali. Mi riferisco alla questione lavorativa che, in mezzo a crisi consumate o ventilate, ci pone sul tavolo qualche elemento di chiarezza su cui riflettere. Mi riferisco alla vicenda “ex-Burgo” che vede ora una prospettiva di riconversione concreta tramite il piano presentato da Pro-Gest. Un piano realistico in base alla tipologia e alla dimensione del gruppo e che offre opportunità, tra diretti e indiretti, di alcune centinaia di posti di lavoro.
Le cronache ci informano che sono già un migliaio le domande di lavoro che sperano di trovare una risposta all’interno di questo piano produttivo. E normalmente (così dice il buon senso) chi avanza queste domande è per un semplice motivo: ha bisogno di lavorare e di uno stipendio, punto! Difficile immaginare retropensieri di visibilità mediatica o politica.
Parallelamente si manifestano preoccupazioni, perplessità oppure ostilità rispetto questo piano e le possibili ricadute ambientali. Nessuno può o vuole negare la legittimità di tali richieste: ci sia la maggiore diffusione e trasparenza possibile sui dati di progetto.
Lo stesso va tuttavia richiesto anche sui ragionamenti e decisioni che ne devono conseguire. Sì, perché saremo pure una Repubblica malconcia e incerta, ma nemmeno la Repubblica delle banane. Sul rigore dei controlli ambientali l’Europa è l’avamposto mondiale: nessuno, informato e in buona fede, può mettere in dubbio questo dato di fatto. All’interno del Vecchio Continente l’Italia non è ultima, anzi! Da anni ha norme e vincoli che spesso sono state molto più avanzate rispetto a buona parte del Nord Europa.
Certamente si può ribattere che in Italia spesso le regole, e tra queste quelle ambientali, rimangono sulla carta. Vero. Ma altrettanto si può argomentare che i nostri territori non sono il selvaggio Far-West in mano a pionieri più o meno briganti. Ci sono organismi che valutano, controllano e decidono.
Ci sia dunque il massimo di vigilanza e di rispetto delle regole, cosa che peraltro nessun serio progetto industriale teme.
Al tempo stesso evitiamo di impaludarci in una serie di vizi e storture che caratterizzano invece il nostro sistema da cima a fondo, dal profondo Nord al profondo Sud: i meandri labirintici e gli arabeschi frattali della nostra burocrazia, il vagabondare delle pratiche tra una istituzione e l’altra, il palleggio delle responsabilità, il dire e non dire, arzigogolare tra avverbi, aggettivi, subordinate, doppie e triple negazioni. Il tutto con l’obiettivo di non scontentare nessuno. Obiettivo che, essendo di per sé impossibile, finisce con l’unico e prevedibilissimo esito: prendere tempo per evitare di decidere qualcosa.
Ecco dunque che, ci sembra, possa essere richiesta una scaletta minimale. Una analisi approfondita dei dati, individuare il percorso e le sedi competenti, e poi le risposte. Magari non immediate ma nemmeno procrastinate sulla scala di tempi biblici. Evitiamo estenuanti balletti, già visti, che non fanno altro che rendere il territorio inospitale verso tutte o quasi le ipotesi di realtà produttive. Evitiamo di inseguire la fantomatica “opinione pubblica”, idea iperuranica con cui (complice i mezzi di informazione, i social network e quant’altro) chiunque può arrogarsi il diritto di emettere sentenze e veti su qualsiasi questione.
Sia chiaro chi ha il diritto e il dovere di pronunciamenti ufficiali. Ci pensi bene e poi li faccia. Possibilmente secondo il principio suggerito dal Vangelo: “Il vostro parlare sia si, si; no, no. Il resto viene dal maligno”. Soprattutto perché chi chiede un lavoro e chi vuole investire hanno il diritto di una risposta. Chiara.
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