Visto con i nostri occhi
Leggi razziali 80 anni dopo: tragedia che ci interroga
Nel 1938 il primo decreto contro gli ebrei colpì anche la comunità mantovana. L'attuale presidente Colorni: «Il clima di oggi è preoccupante: sembra che la storia non insegni nulla»
15/10/2018
Leggi razziali: due parole che riportano alla luce uno dei periodi più neri del nostro Paese. Con una semplice firma su un decreto, da parte del re Vittorio Emanuele III, migliaia di cittadini vennero allontanati dalle scuole italiane, perché ebrei. Gli adulti persero il lavoro, a bambini e ragazzi venne negata la possibilità di studiare. Era il 5 settembre 1938: fu l’inizio di un’escalation negativa che privò gli ebrei italiani di tutti i diritti politici e civili. Fino alla deportazione, imposta dall’esercito tedesco durante la Seconda guerra mondiale, che portò molti di loro verso i campi di sterminio.
A distanza di ottant’anni vale la pena rileggere quella pagina di storia, non per riaprire vecchie ferite mai del tutto sanate, ma per capire come sia stato possibile arrivare a quel punto. Specie in un periodo come quello attuale, in cui il vento dell’intolleranza sembra tornare a soffiare.
Il corso della storia ufficiale narrata nei libri si mischia alla cronaca locale, come un secondo livello del racconto dal quale vengono alla luce vicende poco conosciute, ma altrettanto significative. Il fatto che siano avvenute nella nostra città le rendono, in qualche modo, più vicine: coinvolgono e, forse, aiutano a comprendere. «Verso la fine degli anni Trenta, a Mantova vivevano circa cinquecento ebrei – racconta Emanuele Colorni, presidente della Comunità ebraica –. L’emanazione delle leggi razziali fu il punto di arrivo di un processo antisemita partito anni prima, con l’inizio della dittatura fascista. Si cominciò a diffondere l’idea che gli ebrei rappresentassero una minaccia per l’Italia, nonostante fossero ben integrati nella società. L’intenzione era chiara: quella minoranza, con cui si conviveva pacificamente, doveva essere eliminata».
La notizia delle nuove norme che, di fatto, escludono gli ebrei dalla vita pubblica e dalla società arriva anche a Mantova, con tutte le conseguenze del caso. Molti perdono il lavoro, la casa, le proprietà, sorpresi da una politica del governo che pochi avevano intuito potesse diventare così severa, sebbene fossero emersi nel tempo segnali poco incoraggianti. «La reazione della comunità ebraica mantovana fu di grande sorpresa – continua Colorni –. Alcune persone avevano intuito un peggioramento del contesto e si erano già trasferite, verso Milano o l’America. La maggior parte però restò a Mantova. Tra l’altro, molti ebrei mantovani erano iscritti al partito fascista perché il regime sembrava promettere cose positive. All’annuncio delle leggi si diffuse un clima di sorpresa, ma non ci furono grandi reazioni. Non potevano far altro che accettare e sperare che le cose cambiassero col tempo».
Le leggi razziali sconvolgono anche la vita della famiglia Colorni. L’attuale presidente della Comunità ebraica di Mantova, nato nel 1943, ha ricostruito la vicenda grazie a qualche racconto del padre e, soprattutto, alle proprie ricerche storiche. Il nonno paterno, Emanuele, era un notaio molto conosciuto in città: il suo studio venne chiuso all’improvviso. Il padre Vittore, invece, stava studiando per diventare avvocato, ma l’entrata in vigore delle norme lo costrinsero a fermarsi. Come se non bastasse, la casa di famiglia in corso Umberto fu confiscata.
Senza lavoro, senza una casa e costretti a vivere con i risparmi messi da parte negli anni. Le vicissitudini dei Colorni (di cui si parla nell’articolo in basso) sono purtroppo simili a quelle subite da altre famiglie ebree mantovane. La comunità, già in calo rispetto ai primi del Novecento, si riduce ancora di più: alla fine del conflitto conterà circa 120 persone. Oggi sono una settantina.
Sono passati ottant’anni, eppure certi concetti non sembrano del tutto superati. In diversi Paesi dell’Unione europea, partiti e movimenti di estrema destra hanno costruito un notevole consenso elettorale. La loro ascesa ruota attorno ad alcuni principi chiave: identità culturale, difesa delle tradizioni, chiusura delle frontiere. «Questo clima mi preoccupa – dichiara il presidente della Comunità ebraica mantovana – perché significa che la storia non insegna nulla. Basti pensare alla legge approvata negli scorsi mesi in Polonia, che punisce chi parla del coinvolgimento del governo dell’epoca nei crimini nazisti. È difficile trovare una spiegazione, l’unica cosa che si può fare è parlarne. I partiti storici sono in crisi e prevalgono i populismi che invocano il cambiamento. Tutti se ne riempiono la bocca, ma bisogna farlo consapevoli di ciò che è stato e soprattutto della direzione in cui si vuole andare».
Un messaggio da rivolgere in particolare ai giovani. «A loro consiglio di studiare, informarsi, conoscere il passato – conclude Colorni – senza farsi prendere da questa confusione generalizzata. Cambiare tanto per fare può essere un rischio: non vorrei che si ripetesse quanto successo ottant’anni fa».
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