Visto con i nostri occhi
Mafia, il monito di Gaetti: «Mantova deve svegliarsi»
Intervista al senatore virgiliano, vice presidente della Commissione parlamentare antimafia, dopo la sentenza del processo Pesci che ha confermato la presenza della 'ndrangheta nella nostra provincia
02/10/2017
Una sentenza storica: la si può definire così quella pronunciata al Tribunale di Brescia lo scorso 21 settembre nel corso del processo Pesci. Per la prima volta nel distretto è stata riconosciuta l’associazione mafiosa ai danni degli imputati, che avevano interessi anche nel Mantovano. Ai dieci condannati sono stati assegnati 120 anni di carcere. Il velo di ignoranza che a lungo ha nascosto gli affari della criminalità organizzata è stato finalmente tolto: la mafia c’è ed è più vicina di quanto pensiamo.
Se ne è parlato nei giorni scorsi a Gazoldo, nel corso del festival “Raccontiamoci le mafie”. Tra gli ospiti Luigi Gaetti, senatore mantovano del Movimento 5Stelle e vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia.
Dopo le stragi degli anni ’90, che fecero molto scalpore, le mafie hanno cambiato atteggiamento. Qual è la situazione oggi?
In questi ultimi anni l’atteggiamento della mafia ha avuto un cambio di rotta. Se in passato erano diffusi intimidazioni e omicidi, ora i criminali utilizzano soprattutto la corruzione di imprenditori, politici, professionisti. Non a caso si parla di mafia dei “colletti bianchi”. La nuova strategia è confermata dalla realtà: i recenti processi Pesci e Aemilia hanno dimostrato che la ‘ndrangheta è radicata anche al centro-nord.
La Commissione parlamentare antimafia, di cui lei è vicepresidente, su quali attività si sta concentrando?
Il nostro gruppo approfondisce vari aspetti legati alla mafia: posso citare il rapporto con la massoneria e la politica locale, oppure i nuovi settori di infiltrazione, come lo sport e l’accoglienza dei migranti. Abbiamo proposto un nuovo codice per gli appalti, in discussione alla Camera, oltre a un provvedimento che riguarda i testimoni di giustizia. L’obiettivo è dare alle istituzioni strumenti efficaci nella lotta alla criminalità organizzata.
Il processo Pesci ha dimostrato la presenza della ‘ndrangheta nel Mantovano. Possiamo aspettarci d’ora in poi un vero cambio di mentalità?
Me lo auguro davvero. La società che deve prendere atto che la mafia esiste e reagire di conseguenza. Non è possibile vedere notai coinvolti in operazioni con un movimento di capitali immenso a favore di persone che risultano nullatenenti. Non è possibile che commercialisti aprano e chiudano società alla velocità della luce senza rendersi conto che si tratta di attività criminali. Anche gli amministratori devono garantire trasparenza in ogni procedura, specie nelle gare d’appalto ed evitare il conflitto d’interessi. Mi auguro che la società mantovana prenda atto di tutto questo e si svegli, perché finora mi è sembrata parecchio addormentata.
Cos’è che ha permesso alla mafia di radicarsi anche a Mantova?
Bisogna ammettere che il problema è stato ignorato a lungo. Queste persone sono arrivate con grandi capitali, hanno cominciato ad acquistare terreni e investire. In molti casi si è trattato di una vera e propria speculazione: varie aziende mantovane sono state trascinate in questa situazione e poi fallite. Poi, con la complicità di professionisti, vengono create nuove società ad hoc per comprare le aziende in crisi a un prezzo vantaggioso. È un meccanismo già visto in tutta Italia ed è stato messo in atto anche nella nostra provincia.
Sconfiggere la mafia è difficile anche per l’omertà che blocca le vittime. A farne le spese sono anche sindaci e assessori: cosa si sente di dire loro come rappresentante delle istituzioni?
Innanzitutto manifesto a tutti la mia solidarietà. Tenere la schiena dritta a volte si paga e la vita purtroppo cambia anche a livello famigliare. Queste persone sono un grande esempio perché bloccano l’infiltrazione della mafia. L’unico consiglio che mi sento di dare è denunciare ciò che accade: più le persone tendono a essere oneste e parlare più questi fatti si riducono, perché le mafie giocano proprio sulla paura che innesca un circolo vizioso.
Gesualdo Bufalino, scrittore e per tanti anni insegnante vissuto nel Novecento, diceva: «La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari». Quanto sta facendo la scuola nella lotta alla mafia?
La lotta alla mafia parte dalla cultura, perché questi fenomeni vanno conosciuti e spiegati. Poi servono modelli di vita positivi per i più giovani ed è il compito della scuola. Il rispetto, l’onesta, la legalità sono valori che devono essere insegnati con il buon esempio. La mafia si serve della collusione di certe istituzioni, ma verrà battuta solo quando cambierà la cultura della gente.
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