Visto con i nostri occhi
«Mantova 7» in festa, l'entusiasmo è scout
Il gruppo della parrocchia di Ognissanti in città ricorda il mezzo secolo di vita. Nato nel 1970, oggi comprende quasi trecento ragazzi. Merito di una proposta educativa che è sempre attuale
27/01/2020
Il gruppo scout “Mantova 7” della parrocchia di Ognissanti, in città, celebra cinquant’anni di vita. Oggi ne fanno parte 272 persone: il clima non è quello dei “sopravvissuti”, ma di chi vuole valorizzare il passato per andare con entusiasmo verso il futuro. Il cammino parte nel 1970 grazie anche al contributo di don Walter Mariani, all’epoca curato della parrocchia. Si forma la prima squadriglia, alla quale poi ne segue un’altra e così sorge un nuovo gruppo scout. Nel 1974 nasce a livello nazionale l’Agesci, fondendo il ramo maschile (Asci) e il ramo femminile (Agi). Il gruppo Agi della parrocchia di San Barnaba passa a Ognissanti.
L’Agesci conosce polemiche e opposizioni, ma non a Mantova. Anzi, quando nel 1979 il vescovo Carlo Ferrari nomina chi scrive assistente di zona, trovo molto entusiasmo e voglia di fare. Le novità sono la comunità capi, la coeducazione, il rilancio del roverismo/scoutismo, l’accento nuovo sul metodo, il valore politico dell’educare. Il “Mantova 7” era già allora uno dei gruppi più numerosi e viveva in pieno lo slancio di quegli anni.
Quando nel 1989 vado a Ognissanti come parroco trovo nel gruppo molti elementi che c’erano nel “Mantova 2”, da cui provenivo: l’importanza dei momenti di fede, l’attenzione per l’organizzazione, un forte senso del dovere nei capi. Nuovo era invece il buon legame con la parrocchia che ha aiutato tanti capi a inserirsi nella vita parrocchiale. Queste caratteristiche, presenti anche in altri gruppi scout, sono rimaste nel tempo e oggi sono quasi date per scontate. Sono diversi i momenti significativi e i ricordi di quegli anni che emergono dalla memoria. Campi dove piove sempre e ti viene voglia di andare a casa, tende volate via, routes faticose, qualche capo scout che se ne è andato arrabbiato. Soprattutto, tanto lavoro costante, quasi tutte le settimane. Perché il “Mantova 7” è durato e altri gruppi sono finiti? È il mistero dello scoutismo.
Durante la Messa celebrata domenica 19 gennaio dal vescovo Marco Busca per ricordare la nascita del “Mantova 7”, Daniele Benedini, uno dei fondatori, ha sottolineato il valore di questo percorso: «A distanza di tanto tempo rifletto su quanto sia stata decisiva l’esperienza scoutistica nella mia vita e più il tempo si allunga è più capisco il detto: “Semel scout, semper scout”. Perché questa esperienza mi ha fornito gli strumenti per affrontare la vita e per cercare le ragioni della mia fede, mi ha insegnato il valore del silenzio, perché può far luce nell’abisso che è in noi stessi, arricchendoci perché il silenzio consente di separare la verità dalla menzogna». Benedini ha proseguito mettendo l’accento sul silenzio «di quando si è soli con la nostra fatica, lo zaino sulle spalle e magari si impreca, ma si è costretti a fare i conti con se stessi, con la propria fragilità, l’insofferenza alla fatica». «Penso che due elementi abbiano consentito allo scoutismo di diffondersi nel mondo –ha concluso Benedini –: indicare la via della propria libertà, cioè del ragionare con la propria testa e non aver paura di scegliere da che parte stare, ascoltando se stessi e il buon Padre».
La parola libertà abbinata a scoutismo mi porta a ricordare le parole di don Giovanni Barbareschi, un’“Aquila randagia”, cioè uno di quei ragazzi che continuarono a fare scoutismo di nascosto durante il fascismo. Con altri organizzò la fuga in Svizzera di oppositori politici, ebrei e soldati che non aderirono al regime, rischiando la vita. «La vera distinzione più universale, più umana, è quella che trovo nella Bibbia: uomini schiavi, uomini liberi – diceva –. La mia libertà è come una piccola isola in un oceano di condizionamenti, ma io come persona posso nascere solo in quella piccola isola. Non ci sono liberatori, ma solo uomini che si liberano. A farci persone libere può essere lo scoutismo, ma non saranno mai le strutture».
Lo scout impara a memoria la preghiera in cui si dice: «Signore, insegnami a lavorare alacremente, a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi». «Quando tu solo mi vedi» è il principio dell’avere una coscienza propria e una libertà responsabile. Parole impegnative che per fortuna gli scout vivono con il gioco, il fare strada, l’hike, il challenge, la sfida, la danza. Lo scoutismo come gioco e quando non ci si diverte più è meglio smettere. Tutto bello? Ma no, tutto faticoso, ma «rendimi capace di aiutare gli altri, quando ciò mi è faticoso». Anche dopo cinquant’anni? Sì, ne vale ancora la pena.
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