Visto con i nostri occhi
Mantova andiam, è tempo di migrar
La pubblicazione dei dati del Rapporto italiani nel mondo 2016 ha suscitato, per qualche ora o giorno, il clamore dei mezzi di informazione
21/10/2016

Paolo Lomellini

In questi giorni, cari lettori, sono venuti alla mente i versi che D’Annunzio dedicava ai suoi pastori d’Abruzzo al rientro dai pascoli estivi sulle montagne: “Settembre andiam è tempo di migrar”.
Purtroppo non si tratta di fare poesia o evocare immagini romantiche. Le suggestioni, in verità amare, sono venute dai dati presentati il 6 ottobre della Fondazione Migrantes (organismo della Chiesa italiana) che implacabilmente confermano, e anzi aggravano, un fenomeno noto da tempo: è ripreso il flusso migratorio dall’Italia verso l’estero, soprattutto di giovani, alla ricerca di occasioni lavorative. I dati completi del “Rapporto Italiani nel mondo 2016” si possono reperire sul sito www.migrantes.it. Questa pubblicazione ha suscitato, per qualche ora o giorno, il clamore dei mezzi di informazione nazionali e anche locali. Più di centomila italiani in un anno sono partiti, con biglietto di sola andata, perché intravedevano maggiori opportunità all’estero. Il fenomeno, una volta concentrato nelle regioni meno sviluppate del Paese e nelle fasce sociali con bassa scolarità ora si estende in tutte le aree geografiche e a tutti i livelli di formazione, specialmente quelli medio-alti. Un fenomeno che, dal punto vista quantitativo, è quasi confrontabile al numero di migranti e profughi che secondo una certa “vulgata” sarebbe un’invasione. Eppure di quanti vanno all’estero se ne parla molto meno, quasi mai. Ovvio è un nervo scoperto e dà fastidio, meglio rimuovere. L’Italia insomma diventa attraente solo per lavori di bassa professionalità e sottopagati e invece inospitale per molte delle sue migliori professionalità, soprattutto giovani. Se ci pensiamo un po’ la prospettiva è inquietante e mortificante. La ricca Lombardia non è esente da questo fenomeno, anzi lo vede in rapida crescita e Mantova, ahinoi, è una delle province messe peggio. Già, purtroppo viene da parafrasare in salsa nostrana il grande poeta con un “Mantova andiam, è tempo di migrar”.
Se ci è perdonato per una volta una autoreferenza, ricordo che il tema, in chiave locale, era stato trattato dalla Cittadella con una settimana di anticipo nel numero del 30 settembre. Non perché avessimo segrete entrature o anticipazioni sullo studio della Fondazione Migrantes. Semplicemente perché attenti, come la gran parte della stampa cattolica, ad alcune “spie” che da alcuni anni indicano alcuni malesseri profondi della nostra società.
Non ci si nasconde dietro un dito. Si tratta di problemi complessi che coinvolgono fenomeni politici, economici e sociologici a livello globale. Non ci sono dunque soluzioni semplici e facili, a buon mercato. Si potrebbe però evitare di contribuire, con pervicacia, a complicarci da noi stessi la situazione. A costo di essere noiosi e ripetitivi questo è un Paese alquanto inospitale rispetto lo sviluppo delle attività produttive e Mantova, in questa classifica poco virtuosa, è ben piazzata.
Non può bastare la cultura che un passato pur glorioso ci ha lasciato. C’è la questione vitale ed esistenziale della cultura di noi oggi, del nostro sapere e saper fare, soprattutto delle giovani generazioni. Se il nostro tessuto culturale e professionale dell’oggi se ne va sempre più altrove la prospettiva è una sola: il declino. Potremo al massimo discutere sulla velocità con cui si consumerà.
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