Visto con i nostri occhi
Mantova cerca lavoratori nei campi
A causa del Covid–19 i braccianti stranieri non possono raggiungere le nostre zone. Il governo ha annunciato una sanatoria ma c’è chi invoca una riforma più radicale
18/05/2020
Oltre 7.500 lavoratori: tanti erano gli stagionali impiegati nelle campagne mantovane l’anno scorso, dalla raccolta dei meloni in maggio alla vendemmia, in autunno. Un contributo importante che oggi risente dell’emergenza legata al coronavirus. «I lavoratori stagionali sono abituati a spostarsi sul territorio, da una provincia o da una regione all’altra – spiega Matteo Bernardelli, di Coldiretti –. Ora però, a causa delle limitazioni in vigore, non possono più farlo». La mancanza di manodopera mette a rischio la produzione agricola, specie perché molti stagionali arrivano dall’estero. «La presenza degli stranieri è cresciuta negli ultimi decenni – continua Bernardelli – ed è una quota consistente. Provengono da varie zone del mondo: Est Europa, Africa, Asia. Tanti oggi sono bloccati nei rispettivi Paesi e non possono venire in Italia, perciò c’è bisogno di manodopera qualificata. Non si tratta solo di trovare forza lavoro, ma persone capaci e professionali. In campagna non si può improvvisare, altrimenti si manda all’aria il lavoro di un anno intero».
La questione ha assunto un’eco nazionale. Per il risolvere il problema, sono state fatte varie ipotesi: ricorrere ai beneficiari del reddito di cittadinanza, aprire corridoi con altri Stati, regolarizzare i migranti già in Italia. La scelta del governo è andata in quest’ultima direzione. Nel decreto Rilancio è stata inserita una norma che concede un permesso di soggiorno di sei mesi agli stranieri, da chiedere tra l’1 giugno e il 15 luglio.
Tra le realtà che guardano con attenzione alla vicenda, ci sono quelle del settore vinicolo: l’obiettivo comune è non farsi trovare impreparati al momento della vendemmia. «Dobbiamo trovare una soluzione – dichiara Luciano Bulgarelli, presidente della Cantina di Quistello –: per la potatura, a inizio primavera, siamo riusciti a far fronte alla mancanza di manodopera, ma la raccolta va programmata in anticipo e fatta in un preciso lasso di tempo. Se la carenza di lavoratori continua, rischiamo di perdere buona parte del raccolto». Anche Bulgarelli insiste sulla professionalità: «Serve manodopera qualificata, perciò occorre una decisione tempestiva. L’idea dei “corridoi” dedicati ai lavoratori agricoli può essere buona e infatti alcuni Stati si sono già mossi. Sono necessari però accordi internazionali tra i rispettivi governi e questo richiede tempo».
Come detto, nei giorni scorsi il governo ha annunciato la regolarizzazione dei braccianti stranieri, scelta invocata anche e soprattutto per dare dignità a persone che rischiano di essere vittime di sfruttamento. Il sindacato nazionale Fai Cisl aveva segnalato la questione direttamente al Papa e anche nella nostra provincia c’è forte sensibilità sul tema. «Il contributo dei lavoratori stagionali è fondamentale per l’agricoltura – sottolinea Ciro Di Lena, referente Fai Cisl “Asse del Po” – e siamo favorevoli alla regolarizzazione degli stranieri. È un modo per renderli visibili allo Stato, riconoscere diritti e doveri, permettere loro di circolare liberamente e non finire più schiave dei caporali. Regolarizzare queste persone inoltre permette alle aziende di assumerle, perciò può aiutare a far emergere un fenomeno sommerso come lo sfruttamento».
Secondo alcuni però la sanatoria non è la soluzione più adatta perché rappresenta la risposta a un’emergenza contingente, mentre il problema della mancanza di manodopera stagionale in agricoltura è più strutturale e si presenta periodicamente. C’è chi invoca quindi una misura più profonda sul piano normativo. «La richiesta di forza lavoro nelle campagne è costante – fa notare Di Lena – anche perché è un settore in cui c’è un forte ricambio. Regolarizzare gli stranieri è una proposta positiva, ma serve un provvedimento ampio, non solo un tampone per l’emergenza». Di Lena lancia qualche ipotesi: «I flussi vanno regolati con permessi di soggiorno legati all’effettivo fabbisogno di manodopera. Serve una riforma ben strutturata e accordi con i Paesi di provenienza. Potrebbe essere utile un “passaporto” agricolo che permetta di circolare e lavorare nei vari Paesi europei a seconda delle stagioni. Occorre favorire la mobilità dei lavoratori, così verrebbe meno il problema dell’accoglienza e dei flussi».
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