Visto con i nostri occhi
«Mantova ha un fascino da tutelare»
Parla Gabriele Barucca, soprintendente ai beni culturali del territorio. L’inizio del mandato un anno fa, senza sede e con un organico minimo. Da allora tante cose sono cambiate, grazie al dialogo tra istituzioni
17/07/2018
Il soprintendente Gabriele Barucca ha gentilmente accettato di incontrare La Cittadella per fare il punto della situazione a pochi mesi dal suo insediamento a Mantova, negli uffici di piazza Paccagnini in palazzo Ducale.
Professor Barucca, lei è Mantova da un anno. Quale situazione ha riscontrato?
Sono arrivato il 19 luglio 2017. Ho trovato una situazione critica, nel senso che la soprintendenza di fatto non era partita. L’ultima riforma ha dato una nuova configurazione che prevede la competenza su tutti i settori, una sorta di soprintendenza unica, con un brutto termine definita olistica. Il nome già lo dice - Archeologia, belle arti e paesaggio - si occupa di tutela del patrimonio sotto ogni profilo. La perimetrazione comprende tre provincie: Cremona Mantova e Lodi. Il problema era drammatico. Non avevo una sede dell’ufficio e soprattutto non avevo personale. C’erano solo tre persone delle cinquantotto previste in organico.
In quale direzione si è mosso?
Ho lavorato molto sui rapporti, perché le relazioni erano conflittuali tra chi mi ha preceduto e Peter Assman, direttore del complesso museale di palazzo Ducale. Ora c’è un ottimo clima di vicinato. Il modo per saldare una collaborazione è pensare a progetti da condividere. La cooperazione porta risultati positivi, lo scontro ovviamente no. Ho impiegato molta energia, fatica anche emotiva e psicologica per superare i momenti di scoramento. La tutela era gestita da funzionari in prestito dalle soprintendenze di Brescia e Milano e là sono andato per mesi e mesi, tutte le settimane, a incontrare quanti lavoravano in maniera direi quasi eroica, perché seguivano i propri uffici e in più sostituivano coloro che mancavano qui. A tutti loro sono grato.
Come è riuscito a cambiare la situazione?
È iniziato il percorso positivo dell’immissione in ruolo dei vincitori dei vari concorsi. Ho cercato, chiesto, insistito anche a livello ministeriale. C’è stato l’incontro con il ministro Dario Franceschini, favorito dall’intermediazione del sindaco Mattia Palazzi che ha voluto fortemente la soprintendenza qui a Mantova. Adesso abbiamo tre archeologi, due storici dell’arte, sei architetti, due amministrativi e ne dovrebbe arrivare un terzo. Sono tutti ragazzi: è la soprintendenza più giovane d’Italia. La media è di trent’anni ed è un record.
Tutto quasi risolto, quindi?
Manca l’apparato degli assistenti, tecnici e amministrativi. Tutto viene espletato dai funzionari, con dispendio di tempo ed energie che potrebbero essere meglio impiegate. Attualmente siamo in sedici, sui cinquantotto previsti. È ancora una percentuale troppo bassa per assicurare risposte veloci, come i nostri interlocutori chiedono. Confido e affido il mio lavoro anche a una dose di buon senso. Le leggi ci sono e dobbiamo rispettarle. Però ci deve essere il buon senso dei rapporti. Noi dobbiamo spiegare quel che intendiamo come tutela, gli interlocutori devono capire le nostre ragioni e noi ascolteremo le loro, ovviamente.
Come è la relazione con la Diocesi di Mantova?
Buona con tutte le quattro diocesi nel territorio di competenza: Cremona, Crema, Lodi e Mantova. Con monsignor Vescovo Busca mi sono incontrato il secondo giorno dopo il mio arrivo. Ci sono rapporti di cordialità, di affinità. Così anche con la struttura dell’ufficio diocesano che, nel caso di Mantova, funziona. L’architetto Alessandro Campera tiene contatti assidui con i nostri funzionari. Siamo in perfetta intesa, pure se naturalmente ognuno ha le sue vedute su certi progetti. Anche con monsignor Giancarlo Manzoli, che lamenta alcuni nostri ritardi e in parte ha ragione.
Indicazioni pratiche per le parrocchie?
Su disposizione dell’accordo tra Stato e Chiesa, quest’ultima si è dotata degli uffici per i beni culturali diocesani. Noi preferiremmo, come stabilisce la normativa, fare riferimento a quelli, come filtro che dia la certezza che il volere del parroco e delle comunità locali sia anche il volere del Vescovo. La mia precedente attività mi vedeva molto presente sul territorio e questo ancora mi manca, perché purtroppo non ho il tempo. Quando è possibile, vado, vedo, incontro.
Novità per le chiese terremotate?
A settembre riunirò i responsabili delle diocesi per un aggiornamento. Pare si sia in vista di una soluzione positiva anche per i diciannove beni che sono stati individuati tra quelli tuttora lesionati.
Progetti con la nostra Diocesi?

Quasi tutti condivisi. In particolare stiamo lavorando a mostre e iniziative. È prematuro affermarlo, mi è stato chiesto di suggerire una proposta al museo diocesano di Milano e sto pensando all’eventualità di un progetto, in futuro, che leghi le quattro diocesi per mostrarle in una città che abbia maggiori possibilità di comunicazione, come è Milano.
E il nostro museo diocesano?
È un bellissimo museo. Monsignor Roberto Brunelli è stato molto gentile e mi ha accompagnato. Io vengo dalle Marche, quindi dallo “Stato pontificio”. Lì c’erano, e ora sono sempre meno, sacerdoti dalle conoscenze allargate agli aspetti storico-artistici. Queste figure, come monsignor Brunelli e monsignor Manzoli, sono un patrimonio molto importante della Chiesa. Ora purtroppo forse i sacerdoti nuovi hanno una formazione diversa, fanno un po’ più fatica a interessarsi di beni artistici. Molti sacerdoti nel corso della mia attività, prima come studente, poi studioso, poi funzionario, mi hanno aiutato e sono nel mio cuore.
Cosa, a Mantova, l’ha maggiormente colpita?
Il complesso della città. Mantova - e questo è un compito che finché sarò qui cercherò di tenere ben presente - ha mantenuto un’aura, che è il fascino della storia e della sedimentazione della storia. Il complesso del Ducale, la basilica di santa Barbara, questo stesso ufficio che ha una cappellina privata... Mi colpisce il sedimento della città che richiede degli edifici sacri. L’inserimento delle chiese nel contesto urbanistico ha un qualcosa di armonico, di suggestivo, di bello e io spero di conservarlo. Un problema di tutti i luoghi d’arte è che tendono a immaginare il passato come fonte immediata di ricchezza. Uno sfruttamento turistico sfasato rispetto al ritmo della storia. Un’aggressione alla città per trasformarla in una specie di luna park per gitanti. Questo è il grande pericolo.
Quali studi sta svolgendo, nel privato?
Da molti anni mi occupo degli aspetti legati alla salvaguardia delle cosiddette arti minori, sia l’edilizia sia le suppellettili, ad esempio ecclesiastiche, che sono neglette nell’ambito degli studi e anche della conservazione. Mi fa dispiacere vedere, nei mercatini dell’antiquariato, tanti beni di chiese e monasteri che sono stati rubati o forse alienati in maniera illecita. È una perdita importante per la cultura. Noi purtroppo siamo abituati a disinteressarci del passato. Le nuove generazioni fanno più fatica, anche perché non sono stimolate.
Alle nuove generazioni l’arte non viene insegnata sufficientemente né a scuola né in famiglia. Lei cosa propone?
Esatto, l’ha detto lei. È un grande problema per la tutela. La Chiesa potrebbe in qualche modo fare un’azione di supplenza, perché purtroppo di questo si tratta, ad esempio con dei corsi. Io credo che in moltissimi non sappiano cosa siano una pisside, un ostensorio, un reliquiario, un turibolo. La mancanza di conoscenza, anche lessicale, è ovvio che sia un problema enorme per la conservazione: non conservi ciò che non conosci.
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