Visto con i nostri occhi
Mantova solidale con Banja Luka
Una delegazione della Caritas diocesana ha organizzato un viaggio in Bosnia, dove ha incontrato il vescovo Franjo Komarica. Gli aiuti si protraggono da ventidue anni
24/09/2018
Mantenendo vivo quello che ormai si può considerare un consolidato legame con la terra di Bosnia, una delegazione della Caritas diocesana, composta da Marco Bellini, Giordano Cavallari e don Renato Pavesi, il 13 settembre scorso è partita alla volta della diocesi di Banja Luka con la quale la Caritas diocesana ha rapporti di collaborazione dal luglio 1996.
Arrivata dapprima nella città di Dinac, la nostra delegazione ha modo di incontrare Daniele Bombardi, il responsabile Caritas italiana per i Balcani e con lui i volontari di Borgomanero venuti a conoscere i centri di raccolta profughi, sorti di recente in quella città. Campi improvvisati, altri gestiti dalla Croce Rossa locale, ma tutti ugualmente in condizioni pietose, quasi disumane: ci sono afgani, iracheni, pakistani, ma ci sono anche magrebini. La Bosnia tuttavia è terra di passaggio. Chi arriva qui vuole proseguire per il Nord Europa.
Alla sera nostri hanno modo di pernottare in un albergo di montagna, vicino a Petrovac. Qui ricevono la visita di un agronomo che lavora per la Caritas di Banja Luka e con lui si parla della situazione politica ed economia della Bosnia e della vita della diocesi.
Il giorno dopo, prima della partenza, altra visita: è quella del presidente di un’associazione di allevatori della zona che conosce Marco. È un serbo, gioviale. Per lui la situazione è molto difficile. I giovani se ne vanno, nascono pochi bambini. C’è disoccupazione eppure in agricoltura mancano braccia da lavoro. È una zona di boschi e non si trova chi vada a tagliar legna. A suo avviso serbi, croati e mussulmani possono vivere insieme, in pace. Sono i politici che riaprono le ferite della guerra per prendere voti. Non vede futuro.
Al pomeriggio l’arrivo a Banja Luka e lungo colloquio con monsignor Anicic, storico direttore della Caritas. Giordano espone le ragioni del viaggio: la Caritas mantovana ha ricevuto una donazione destinata a poveri del mondo, non italiani, e la nostra delegazione vuole raccogliere idee per qualche progetto di aiuto ai poveri. La diocesi di Banja Luka, dopo la guerra, ha costruito una rete di interventi sociali per creare lavoro e per aiutare le molte situazioni di povertà che la guerra ha provocato. Colpisce, tra le altre, un’attività in atto verso sessanta tra famiglie e persone sole in forte disagio.
A colazione, il giorno dopo, lunga chiacchierata con il vescovo Franjo Komarica: un uomo forte e coraggioso, grande di cuore, un trascinatore con una profonda fede cristiana, che racconta della sua Chiesa. Qui i cattolici rimasti sono 35mila circa, il 6 %, una piccola minoranza: “rimasti”, perché prima della guerra erano 120mila. La maggioranza degli abitanti, in seguito alla guerra, ora è serba, i musulmani rimasti sono pochi. Con Komarica il discorso si fa politico. I pochi cattolici della Bosnia Erzegovina (450mila su una popolazione complessiva di 3 milioni e mezzo), del resto, non possono non guardare con preoccupazione
al quadro politico complessivo, per cercare di capire dove andrà a finire il cattolicesimo in questa terra, stretto tra le aspirazioni della Russia di Putin e la Turchia odierna. Il cattolicesimo qui è a rischio di sparizione. Il futuro potrebbe essere quello di una Bosnia Erzegovina musulmana e di un’altra annessa alla Serbia: il sogno di Milocevic, la Grande Serbia
Segno di tutto questo è la costruzione di nuove chiese ortodosse dove non c’erano mai state e allo stesso tempo, nuove moschee ovunque con molti ricchi arabi che acquistano terreni.
Logico che i cattolici qui vedano fortemente minacciata la loro sopravvivenza. Per contro la Chiesa di Banja Luka ha sviluppato un’intensa azione per garantire la propria presenza sociale, favorendo nuova occupazione, assistenza agli anziani, formazione professionale, istruzione. La nostra diocesi da 22 anni aiuta queste attività ed è vicina a questa piccola, ma coraggiosa, Chiesa e al suo indomito vescovo.
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