Visto con i nostri occhi
Mantovani all'estero, il virus fa paura
L’emergenza colpisce il pianeta. Alcuni concittadini raccontano la situazione nei luoghi in cui vivono. La Polonia imita l’Italia: chiuse scuole e aziende. Le autorità in Inghilterra isolano chi ha sintomi. In Brasile preoccupa la mancanza di servizi
30/03/2020
Dalla Cina all’Europa e in tutto il mondo: il coronavirus sta superando i confini e si è esteso ormai a buona parte del pianeta. Secondo alcune stime, circa tre miliardi di persone in questi giorni sono costrette a stare in casa, per le disposizioni date dai governi. L’emergenza è globale e coinvolge tanti mantovani che risiedono all’estero. Riccardo Campa, 53 anni, vive in Polonia dove insegna Sociologia all’Università Jagellonica di Cracovia: «Il governo ha affermato di voler gestire la pandemia come in Sud Corea –racconta –, cioè attraverso tamponi e quarantena per i casi sospetti. I provvedimenti però assomigliano di più al modello italiano: ai cittadini non è stato vietato lo spostamento, ma sono state chiuse scuole, università, uffici pubblici e aziende che non producono beni di prima necessità. Inoltre, i polacchi che tornavano da zone infette sono stati messi in quarantena per due settimane».
Le lezioni ora sono trasmesse online da casa, grazie agli strumenti messi a disposizione dall’ateneo. Un segno di normalità che però non nasconde qualche preoccupazione per il futuro. «Sapere che le frontiere sono chiuse e non si sa quando riapriranno non è molto rassicurante – continua –. La sanità in Polonia è meno sviluppata che in Italia, però negli anni è migliorata e le distanze si stanno riducendo. Ci sono anche cliniche private a prezzi accessibili. Io sono ottimista e spero che l’aumento delle temperature in estate possa debellare il virus».
L’emergenza sanitaria è arrivata anche oltremanica, nel Regno Unito già scosso dalla Brexit che ha sancito l’addio all’Unione Europea. Una nuova fonte di destabilizzazione che tocca da vicino la salute dei cittadini. Come avvenuto un po’ ovunque, alcune persone si sono fatte prendere dal panico. «In Inghilterra la situazione diventa sempre più drammatica – spiega Francesco Galuzzi, 26 anni, da Bornemouth, cittadina della costa Sud dove lavora come consulente assicurativo –. La gente compera quantità incredibili di generi alimentari e chiunque esca di casa ha la mascherina». L’aumento della preoccupazione ha portato alcune attività commerciali a ridurre gli orari o a sospendere del tutto il lavoro. Poi, dopo giorni di attesa, sono arrivate le misure di emergenza, imposte dal governo di Boris Johnson. «Aziende e autorità sanitarie stanno cominciando a isolare le persone con sintomi – aggiunge– e mi hanno detto che a Londra c’è già l’esercito per le strade. A Bournemouth sono state chiuse delle linee del trasporto pubblico e il sistema sanitario britannico ha detto agli inglesi che ora sono all’estero, oltre un milione, di trovarsi degli hotel a tempo indeterminato».
La diffusione del coronavirus in Inghilterra è stata rapida e questo sembra avere conseguenze sulla gestione del fenomeno. «Ritengo che non abbiano una vera soluzione –conclude Galuzzi –: proveranno a sedare i focolai tramite l’esercito e faranno rientrare la gente quando il contagio sarà passato. Gli italiani che conosco cercano di attenersi alle restrizioni senza perdere la testa come invece accade agli inglesi, passati dall’immunità di gregge al modello Italia nel giro di pochi giorni».
La situazione si è complicata rapidamente anche oltreoceano e alla lunga lista di Paesi colpiti dal coronavirus si è aggiunto di recente il Brasile. Antonello Confente, 55 anni, è il vicepresidente dell’associazione Mantovani nel mondo e gestisce un’azienda di certificazioni Iso a Rio de Janeiro, dove vende macchinari italiani per la decontaminazione. «Da oltre una settimana io e mia moglie siamo chiusi in casa – racconta –. Per me è complicato lavorare perché sono costretto a vendere le macchine e mandare il meccanico per l’installazione. Qui in Brasile siamo solo agli inizi: il 22 marzo ci sono stati 1.200 contagi e 25 decessi, di cui 22 a San Paolo e 3 a Rio».
Numeri che preoccupano per il futuro, pensando alla situazione difficile vissuta in buona parte del Paese sudamericano. «L’80%dei brasiliani non ha la rete fognaria e alcuni quartieri sono senza acqua – prosegue –. La maggioranza della popolazione va negli ospedali pubblici, che però spesso non hanno il minimo indispensabile per curare le malattie comuni. Credo che il coronavirus colpirà soprattutto nel Sud del Paese, poiché c’è un clima più freddo. Il ministro della Salute, Luiz Henrique Mandetta, è un medico e mi sembra si stia comportando egregiamente: sta organizzandole forze in attesa del picco massimo dell’emergenza».
La Cittadella Mantova La Cittadella Mantova