Visto con i nostri occhi
Matteo Ricci, il gesuita che portò Cristo in Cina
Viaggio nel Paese asiatico per una trentina di persone, alla scoperta della vita del religioso. Il suo fu un contributo decisivo per diffondere i valori del Vangelo in questa zona del mondo
15/04/2019
Dal 9 al 29 marzo, insieme a don Aldo Basso, ho avuto il piacere di accompagnare
trentacinque persone in Cina. Non mi soffermerò sulle meraviglie di questa antica civiltà che abbiamo visitato a Shanghai, Xian e Pechino, quanto piuttosto restringerò il campo a due linee di riflessione. La prima è quella legata all’evangelizzazione di Matteo Ricci (1552–1610), che
ci ha accompagnato e che avevamo conosciuto nella conferenza del 13 marzo tenuta da padre Federico Lombardi, collaboratore del postulatore della sua causa di beatificazione. La seconda linea è quella della percezione del cammino della Chiesa cinese, in modo particolare dopo gli accordi del settembre 2018 tra Santa Sede e governo sulla nomina dei vescovi.
La figura di Matteo Ricci (Li Modou per i cinesi) è ancora molto viva. Abbiamo avuto l’emozione di pregare sulla sua tomba, nel giardino della scuola di formazione dei quadri del Partito comunista cinese. Dopo il fallimento della missione in Giappone, i gesuiti
impostarono in modo diverso la missione in Cina. Lo fecero attorno a quattro pilastri. Ricci li seguì con grande impegno. Anzitutto una politica di forte adattamento alla cultura cinese, che ha significato lo studio della lingua e dei classici della letteratura. In secondo luogo l’evangelizzazione dall’alto verso il basso. Ricci e i suoi compagni erano convinti che confrontarsi con l’élite dei confuciani, con i mandarini, per arrivare all’imperatore, potesse avere un effetto di ricaduta del cristianesimo su tutto il popolo. La terza scelta fu la propagazione indiretta della fede usando la scienza e la tecnologia europea per attirare l’attenzione dei cinesi acculturati. Infine, la tolleranza e l’apertura verso i valori cinesi.
In questo grande Paese, Ricci incontrò alti valori morali e arrivò a paragonare Confucio a un altro Seneca. I valori di Confucio sono ancora molto presenti. Insieme alla teoria comunista sono insegnati nelle scuole e questo lo si comprende dal forte senso del bene comune che i cinesi hanno, dal grande rispetto per la natura e di ciò che è pubblico.
Per quanto riguarda la Chiesa, il gruppo ha avuto tre incontri. Il primo in un paesino vicino a Shanghai: un prete di 84 anni reggeva una parrocchia e ci ha detto di aver fatto dieci anni di lavoro in risaia. Questo fu sufficiente per capire il suo passato. A Xian abbiamo avuto la gioia di incontrare il vescovo di 52 anni: la sua diocesi è formata da 20 parrocchie con 67 seminaristi. Infine, a Pechino, abbiamo celebrato in una chiesa tenuta dai padri teatini e voluta da Ricci.
A tutti abbiamo chiesto cosa ne pensassero dei recenti accordi. In modo prudente ci hanno detto di essere contenti e che questo potrebbe aprire vie nuove per la diffusione della fede. Quello che ha maggiormente colpito è che, anche a causa di un passato dove tutte le religioni sono state perseguitate, nelle parrocchie non esiste il nostro modello di iniziazione cristiana, ma il catecumenato. Tu puoi chiedere a un giovane: «Di che religione sei?» e lui ti risponderà: «Buddista, taoista o semplicemente laico». Tra questi laici, a Pechino, ogni anno una ventina di persone chiedono di diventare cristiani. Una Chiesa con tanti giovani, quindi con un futuro certo!
La Cittadella Mantova La Cittadella Mantova