Visto con i nostri occhi
«Mettiamoci in gioco per diventare una Chiesa missionaria»
Dagli anni di servizio in Perù alla chiamata del vescovo Marco: padre Stefano Tognetti si racconta ai suoi nuovi fedeli
04/01/2017

Roberto Dalla Bella

Partenze improvvise, incontri fortuiti, viaggi inattesi: la vita è una continua sorpresa, scandita a volte da piccole casualità che messe insieme costruiscono un significato più ampio. Come infinite tessere di un puzzle che, incastrandosi nel modo giusto, danno forma a un disegno altrimenti incomprensibile.
Padre Stefano Tognetti è stato chiamato a diventare parroco dell’Unità pastorale “Mincio” formata da Goito, Cerlongo, Solarolo e Vasto. Per lui, che ha vissuto oltre vent’anni in Sudamerica tra le comunità andine del Perù, si tratta di un nuovo inizio dopo il ritorno in Italia avvenuto nel 2014. Nel giorno in cui comincia ufficialmente il suo servizio (la messa, presieduta dal vescovo Marco, si terrà venerdì 6 gennaio alle 18 nella chiesa di San Pietro apostolo di Goito), padre Stefano si racconta partendo proprio dall’esperienza in missione, che ha caratterizzato buona parte della sua vita presbiterale.

Com'è maturato in lei il desiderio di partire?
La mia scelta missionaria ha preceduto la vocazione sacerdotale, l’ha stimolata e favorita. Quando ero ragazzo, negli anni settanta, si parlava parecchio delle diseguaglianze nel mondo. I media cominciavano a diffondere le notizie su tante realtà sconosciute come Biafra e Bangladesh e c’era la speranza che il nostro contributo avrebbe permesso la costruzione di un mondo migliore. Nelle parrocchie si moltiplicavano le iniziative, tra cui la raccolta di materiale o i campi di lavoro estivi. Proprio in uno di questi, un sacerdote mi lanciò l’invito a dedicare alle missioni il resto della mia vita: mi sembrò che fosse il Signore stesso a chiamarmi e accettai. Il Sudamerica, poi, è venuto fuori da un mix di aspetti: la povertà della zona, il fascino delle grandi civiltà del passato, le montagne, la sapienza e simpatia del vescovo che mi propose di partire.

Questa esperienza è durata quasi ventitré anni. Quali insegnamenti le ha lasciato?
Mi ha trasformato profondamente. Il padre Stefano che faceva la valigia per ritornare in Italia nel 2014 era totalmente differente da quello arrivato in Perù nel ’91. Ringrazio perciò quel popolo che mi ha accettato, sopportato nei primi tempi e amato poi. Mi ci sono voluti tre anni per imparare che l’annuncio della fede parte più dal cuore che dalla testa. La gente semplice mi ha insegnato che la relazione personale vale di più di tutte le cose da fare.

Come ha appreso della scelta del vescovo di affidarle la guida delle parrocchie di Goito, Vasto, Solarolo e Cerlongo e qual è stata la sua prima reazione?
Quando il pomeriggio dell’Immacolata don Marco mi ha convocato per un incontro personale, mi aspettavo di trattare con lui altri argomenti, tra cui anche un progetto pastorale realizzato in America Latina che potrebbe essere utile alla nostra realtà in questa fase post Sinodo. Mi ha sorpreso invece quando, senza tanti preamboli, mi ha proposto le parrocchie dell’Unità pastorale “Mincio”. Riconosco che questa sia da parte sua una scelta coraggiosa, perciò in linea con
quanto suscita lo Spirito Santo nella Chiesa che si muove. Mi fido di Dio, perciò ho accettato senza pensarci molto.

Padre Stefano Tognetti nasce a Revere il 13 agosto 1957 ed è stato ordinato prete a Chioggia (Ve) all’età di 27 anni. Dopo essere stato a lungo in Perù, è tornato a Mantova nel 2014 per collaborare con le parrocchie di San Benedetto Po, Brede, Bardelle, San Siro e Portiolo. Dopo la scomparsa di don Amedeo Messedaglia, il vescovo Marco lo ha scelto come nuovo parroco di Goito, Cerlongo, Solarolo e Vasto.


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