Visto con i nostri occhi
Migranti: ragione e misericordia possono e devono andare insieme
Abbiamo chiesto un contributo per la riflessione a Giordano Cavallari, mons. Paolo Gibelli, Aristide Pelagatti e Marco Pirovano
10/01/2017

Il tema di una accoglienza intelligente e solidale di immigrati e rifugiati è particolarmente sentito dalla Chiesa e dai suoi mezzi di informazione. Anche “La Cittadella” ha un’attenzione non episodica all’argomento. Ricordiamo di recente alcuni interventi nel numero del 28 ottobre sollecitati dalle riflessioni di don Renato Pavesi. Abbiamo poi preso spunto da un documento delle Caritas diocesane della Lombardia per girare alcune domande agli esponenti dei principali gruppi politici presenti in Consiglio Regionale: quelli che ci hanno risposto sono stati pubblicati in un servizio dedicato “ad hoc” nel numero del 25 novembre.
In queste pagine riportiamo la sintesi di un Forum ospitato dal nostro settimanale in occasione della Giornata Mondiale dei Migranti. Abbiamo chiesto il loro contributo di riflessione ed esperienza a Giordano Cavallari (direttore Caritas di Mantova), monsignor Paolo Gibelli (Vicario episcopale per i rapporti con il territorio), Aristide Pelagatti (direttore della Fondazione Migrantes) e Marco Pirovano (direttore Centro diocesano per la Pastorale Sociale e del Lavoro).

Emergenza o fenomeno prolungato?
Siamo soliti considerare l’immigrazione come un allarme, un’emergenza circoscritta con un inizio e una fine. I dati, in realtà, disegnano uno scenario diverso. Nel 2015, come emerge dal rapporto annuale “Global Trends” dell’Unhcr, sono state 65,3 milioni le persone costrette a fuggire per motivi politici o umanitari, quasi il 10% in più rispetto all’anno prima. Di questi, 21,3 milioni erano rifugiati, il numero più alto dagli anni Novanta.
I flussi migratori si sono intensificati negli ultimi cinque anni a causa, da un lato, di crisi più durature e frequenti e, dall’altro, dell’incapacità di trovare soluzioni efficaci. Se nel 2005 le persone costrette a lasciare la propria casa erano 6 al minuto, oggi sono 24. Parlare di emergenza, quindi, è fuorviante: si tratta di un fenomeno continuo, intensificatosi nel tempo.
«È importante fare una distinzione - sottolinea Aristide Pelagatti, direttore della Fondazione Migrantes - tra profughi e migranti: i primi scappano da persecuzioni e guerre, i secondi partono per cause economiche, dovute magari anche a conflitti. In ogni caso chi lascia il proprio Paese vive una situazione di profondo disagio».
Attraverso uno sguardo più ampio emergono altri dati interessanti. Nel 2016 sono stati 364mila i migranti che hanno raggiunto l’Europa (dati Frontex), circa due terzi in meno rispetto all’anno precedente. In Italia gli arrivi sono stati 181mila, un valore dieci volte superiore rispetto al 2010. Il nostro Paese si rivela soprattutto una zona di transito: basti pensare che la Germania ha ricevuto, nel primo semestre 2016, 571mila richieste di asilo (dati Eurostat), contro le 70mila dell’Italia. A livello provinciale, gli stranieri sono 54mila e i richiedenti asilo 910.
«I numeri dimostrano che i rifugiati ospitati in Italia sono pochi rispetto ad altri Paesi», spiega Cavallari. «Tuttavia c’è un allarmismo diffuso, segno che la nostra realtà è stata a lungo impreparata all’accoglienza». Su questo aspetto interviene anche monsignor Gibelli: «Credo ci sia un forte problema educativo con cui dobbiamo fare i conti - afferma - perché non abbiamo modelli di riferimento, perciò bisogna lavorare su strategie di accoglienza, non di sicurezza. La Chiesa, con la Caritas, punta infatti all’ospitalità in piccoli gruppi di migranti da inserire nelle comunità e nel tessuto sociale del territorio grazie a relazioni umane vere e sentite».

L'articolo completo alle pag, 10 e 11 del settimanale in uscita venerdì 13 gennaio
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