Visto con i nostri occhi
Nelle campagne rivive sant'Antonio
Molte le tradizioni legate all’abate, patrono di mondo agricolo e animali
21/01/2019
Tra le tradizioni del territorio mantovano, vi è quella mediata da un santo protettore il quale, pur vittima di una forzata trasformazione, si ricorda il 17 gennaio in una festa che conserva una funzione prettamente lustrale e apotropaica, volta a una sorta di catarsi, sia nei confronti degli uomini, sia della terra, atta a frustrare influenze malvage e nefaste, quali le malattie che potevano colpire gli animali, o avversità atmosferiche, quali tempesta, gelate, siccità, fulmini. Si tratta del giorno dedicato a sant’Antonio abate, anacoreta nato in Egitto intorno al 251, fondatore di monasteri, morto il 17 gennaio 356, alla veneranda età di 105 anni, che viene ribattezzato in vernacolo sant’Antòni da la barba bianca, oppure dal gugìn, o ancora dal canpanèl e chisulèr, un’elencazione di attributi simbolici che ne qualificano l’importanza in ambito demologico e ne sottolineano le peculiarità in un contesto ove le attività prevalenti, fino a qualche lustro fa, erano da individuarsi nell’agricoltura e nell’allevamento del bestiame. Sant’Antonio è raffigurato accompagnato da un porcellino ai suoi piedi o in braccio, o, anticamente, da un piccolo cinghiale, già attributo del dio celtico Lug, il Dio-Cervo, il figlio della Grande Madre (Ceridwen, la vecchia bianca, o Cerere). Con l’avvento del cristianesimo l’attributo passò in dotazione al santo con funzioni simboliche diverse. Il maiale accanto al santo è posto sia in relazione alla persistenza di un legame con le radici agricole, sia come indicatore di benessere. Una metafora che induce a considerazioni di carattere economico: del maiale è noto come non si butti nulla: il latte di scrofa era usato in quanto elisir contro l’alcolismo, la cura della stitichezza e della tisi; la sua bile era atta a favorire il concepimento, ecc. Ma, al di là di queste positività, frutto di elaborazioni oniriche e superstizioni, bisognerà reinterpretare l’essenza del maiale alla luce di alcune valutazioni, soprattutto per quanto attiene la simbologia cristiana che, in un universo di contraddizioni, lo vede sia come personificazione del demonio, animale lubrico e impuro, espressione di abbiezione e abbruttimento, sia come simbolo cristologico, rappresentato nelle raffigurazioni pertinenti il mito della creazione. Ai piedi di sant’Antonio il maialino venne originariamente a simboleggiare il superamento della tentazione della carne e a esprimere il male che scaccia il male, in quanto teneva il demonio lontano dalle chiese (significativa la processione intorno alla chiesa il giorno dedicato al culto del santo); la campanella che oltre alla “santa Regola” è posta nella mano o all’estremità del bordone del santo, quando non al collo dell’animale, è simbolo della vigile attenzione nei confronti della concupiscenza attribuita al porco. Con il trascorrere dei secoli l’immaginario popolare mutò la composizione didattica, trasformando il santo in protettore degli animali da cortile e da stalla, mutando radicalmente la funzione simbolica originaria. Nel far ciò si tenne in considerazione una questione di carattere “clinico”: sant’Antonio è universalmente individuato come guaritore dell’Herpes Zoster, meglio conosciuto con il famigerato nome di “fuoco sacro o fuoco di sant’Antonio”. Ciò si ricollega al fatto che il lardo di maiale fosse dalle credenze popolari considerato un farmaco efficacissimo contro questa malattia. Ricordiamo come certe immaginette presentassero il santo con in mano il fuoco ardente, simbolo inequivocabile del “fuoco di sant’Antonio”. Al santo era inoltre attribuita la curiosa funzione di “vigile sull’inferno”, in quanto lesto a sottrarre al demonio anime già incamminate verso le fiamme eterne. Il campanello portato al collo dal maiale o legato al bordone che il santo tiene nella mano (il bastone del pellegrino), fu posto in relazione con il fatto che i maiali di proprietà delle congregazioni o dei frati dell’Ordine del santo – dal 1009 – potevano circolare indisturbati: essendo onnivori si sarebbero cibati dei rifiuti disseminati nei villaggi o nelle città, e per farsi riconoscere avevano questo campanellino legato al collo. Chi avesse rubato i porcellini di sant’Antonio sarebbe incorso in molte disgrazie; significativo infatti è il detto padano ancora in uso, secondo il quale una persona particolarmente sfortunata si dice aver rubato il porco di sant’Antonio. Nel patrimonio folklorico vi è gran quantità di metafore espressive; ma certo una è tra le più significative, dimostrazione di un’ingenua poesia che affiora tra i meandri della credulità popolare e la magìa. Secondo una leggenda suggestiva e densa di implicazioni magiche, la notte di sant’Antonio si carica di mistero per un fascinoso avvenimento: era consuetudine nelle corti agricole, dopo una parca cena, recarsi quella sera nella stalla per recitare il Rosario. Ciò non doveva protrarsi fino a ora tarda: con l’approssimarsi della notte si doveva correre a letto, in quanto le bestie avrebbero acquistato la favella e incominciato a parlare tra loro. Ma guai a chi si fosse colà fermato per ascoltare. Vi era inoltre la tradizione di portare bovini, suini, galline e pecore, cavalli (galupàda ad sant’Antòni), sul sagrato della chiesa per la benedizione. Una connessione di simboli che trasferisce al cristianesimo, facendole proprie, usanze e riti di religioni precedenti che, altrimenti, avrebbero perduto inesorabilmente la loro identità. In questo senso si dovrà interpretare la sostituzione del cinghiale con il maialino, secondo una strategia pastorale volta a estirpare il ricordo dell’antica religione. Si rilevano due leggende a sostegno della radicale mutazione: la prima facente riferimento all’animale diabolico sconfitto dall’eremita vittorioso sulle tentazioni; la seconda che presenta un santo guaritore dello stesso maiale, che da quel giorno non lo abbandona più. Per effetto di quelle leggi allocate nel cuore, il 17 gennaio si evitavano la macellazione del maiale e i granguignoleschi rituali che al truculento evento si accompagnano, che avrebbero determinato il risentimento del santo e portato al dissennato contadino guai e difficoltà. La mattina prestissimo si provvedeva all’accensione del lumino votivo nella stalla, posto nella nicchia che ospitava l’immagine del santo, e poi si benedicevano le vacche nella stalla, il maiale nel porcile, le galline nel pollaio. Tradizioni immarcescibili che legano ancora fortemente il quotidiano a una grande spiritualità.
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