Visto con i nostri occhi
«Noi stranieri tra bimbi etiopi. Nei loro sorrisi c'è vera gioia»
Il viaggio in Africa di due ragazzi mantovani, ospitati nella parrocchia di Abol. Giornate intense di incontri con la popolazione locale. L’esperienza aiuta a cambiare visione sulla vita
21/10/2019
Pubblichiamo la testimonianza di due giovani mantovani che la scorsa estate hanno vissuto un’esperienza presso la missione di Abol (Etiopia), una realtà sostenuta dalla nostra diocesi dove si trova in servizio, come sacerdote fidei donum, don Sandro Barbieri.

Per noi, raggiungere la missione cattolica di Abol, in Etiopia, non ha significato solo prendere un aereo per scoprire un nuovo continente. Ma anche e soprattutto lasciare a casa quel modo di pensare di noi giovani ventenni universitari, per cui tutto deve avere un senso, una soluzione, una pianificazione. In Etiopia esiste una visione diversa della vita: cercare di comprenderla è stato uno sforzo tanto grande quanto inutile, per cui abbiamo imparato ad accettarla, vivendola. Siamo partiti dall’aeroporto di Malpensa il 4 settembre. Subito l’imprevisto: siamo rimasti bloccati un giorno ad Addis Abeba per colpa di un ritardo dell’aereo. Finalmente, dopo tre giorni, siamo arrivati alla missione di Abol, circondati da una natura molto viva e stimolante. I bambini, per nulla impauriti, ci hanno accolto come ospiti attesi e graditi. I primi giorni sono serviti per conoscerci attraverso un’intensa comunicazione non verbale e ricca di gesti. Noi eravamo per loro gli stranieri: il colore della pelle, i peli lungo il corpo, i nei e i bracciali sono stati, per tutta la durata dell’esperienza, di grande stimolo per la loro curiosità. Con il tempo abbiamo imparato alcune parole nella loro lingua ufficiale: l’anuak. Quale sorpresa, per noi, assistere alle loro reazioni a due “farangi” (straniero bianco) come noi che tentavano di parlare anuak. Ma dopo i primi momenti di imbarazzo, facilmente la comunicazione è diventata fluida e vivace. Tanti sorrisi e poca timidezza. I bambini chiedevano sempre di sedersi accanto a noi e ci restavano, quasi avessero paura di perdere il contatto. Condividendo le giornate con la popolazione locale, si può dire che una cosa abbiamo imparato: l’importanza dell’oggi. Nel loro linguaggio, infatti, esistono solo due tempi: azione conclusa e azione presente. Quando, invece, noi occidentali siamo così proiettati al domani, tanto da dimenticare di vivere il momento presente. Tra sfide di calcio, basket e pallavolo, siamo entrati in confidenza con i ragazzi che quotidianamente vivono in oratorio, fino a creare vere relazioni di fiducia. Abbiamo festeggiato con loro il “nuovo anno solare”, il 12 settembre 2019, che coincide con il nostro 1º gennaio 2012. Tra birre, danze e tante risate, in un locale di Abol hanno cercato di unirci in “matrimonio” con diverse ragazze locali, facendoci sentire parte integrante del gruppo. Colpisce la loro attenzione per l’ospite: si smette di lavorare, si interrompe qualsiasi attività e tutte le attenzioni sono a lui dedicate. Passando tra le capanne del villaggio, ogni scusa era buona per farci sedere e offrirci quel che possedevano. Con “abba” Sandro, missionario mantovano, abbiamo conosciuto diverse realtà della zona, ognuna con le proprie ricchezze e caratteristiche. Abbiamo incontrato per esempio le Sorelle di Santa Madre Teresa di Calcutta, patrona della comunità di Abol; i Salesiani del centro giovanile di Gambella; abba Matteo e abba Filippo, della comunità di Lare, con cui abbiamo condiviso momenti di fraternità. Molto particolare è stato il contatto con il villaggio di Pockong: raggiungibile solo a piedi e con molte difficoltà per le abbondanti piogge stagionali. Pockong è “la vera Africa”, un mondo talmente distante che ci ha posto molte domande sull’essenzialità della vita. Un villaggio che potremmo definire “da documentario”, dai tratti unici e caratterizzanti. Per noi è stata la dimostrazione che vivere sia in sé una ricchezza. Un giorno abba Aristide, parroco di Gambella, ci ha detto: «Non sono poveri perché fanno tanti figli, ma fanno tanti figli perché sono poveri, riconoscendo in essi la loro ricchezza più grande». Questo pensiero è ben presente negli abitanti di Pockong. Alla fine di questa esperienza, un sincero grazie ad abba Sandro, che abbiamo imparato a conoscere già dai tempi in cui è stato parroco a Montanara, poi diventata Unità pastorale di Curtatone. Da lui ci è arrivata l’incessante spinta a vivere in pienezza ogni momento del mese trascorso in Etiopia. Da questo viaggio portiamo a casa tantissimi sorrisi. Abituati ai musi tristi delle nostre città, dove anche un abbraccio rischia di essere frainteso, i ragazzi di Abol ci hanno ricordato che la vita è bella e degna di essere vissuta come dono.
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