Visto con i nostri occhi
Occhi nuovi a Gerusalemme e in Terra Santa
Riscoprire le radici della fede biblica e della propria esperienza cristiana: con questo obiettivo un gruppo di pellegrini è partito in pellegrinaggio per visitare i luoghi in cui ha vissuto Gesù
05/09/2017
Il viaggio in Terra Santa non è mai ripetitivo e uguale ad altri. Nei pellegrini che hanno accolto l’invito a una visita alla sola città di Gerusalemme, era forte il desiderio di un “ritorno” a Gerusalemme, di una “salita” alla Città Santa, sull’esempio dell’andare e del tornare dei discepoli di Emmaus, provati da un vissuto in cui non è stato facile riconoscere Gesù. Il volto triste e la delusione entra spesso anche nella nostra vita, avvolti come siamo da un senso di stanchezza, di paura e di pessimismo, che rende sfiduciati, statici, incapaci di crescita e novità. Volevamo “vedere Gesù” e l’abbiamo davvero visto e incontrato: ha parlato, ha illuminato, ha ridato entusiasmo… “Non ardeva il nostro cuore mentre ci spiegava le scritture?”. Volevamo abitare Gerusalemme, “stare” nella città santa, per riscoprire le radici della nostra vita cristiana e quelle storiche della fede biblica di Israele. E’ stato davvero coinvolgente rivivere i luoghi di Gesù, a partire dalla natività nella omonima basilica di Betlemme, la più antica chiesa cristiana della Terra Santa, fino ai numerosi monumenti di Gerusalemme legati in particolare all'ultima settimana della vita di Gesù (il Getsemani, il Cenacolo, il monte degli Ulivi, il Calvario, il Sepolcro...), insieme ad alcuni cenni all'intera storia d'Israele.
Gerusalemme è un luogo intriso della presenza di Dio. La sua santità e il suo valore diventano fonte di benedizione per la terra intera. Al suo centro vi è il Tempio, il luogo per eccellenza della Presenza di Dio, che, pur distrutto, aleggia ancora nella sua forte risonanza, soprattutto nella zona del muro del pianto. Vi è una tradizione secondo la quale il “Santuario del Basso” è disposto di fronte al “Santuario dell’Alto”. C’è un riferimento cristologico: Gesù, come “Santuario del Basso”, è il luogo in cui Dio, per amore, restringe la sua divinità. Questo “Santuario del Basso” rivela il “Santuario dell'Alto”: Gesù afferma di essere il nuovo tempio e chi conosce Lui conosce il Padre. Il plastico del Tempio offerto al Museo del libro ha chiarificato le tante annotazioni bibliche che faticano spesso a trovare una collocazione precisa. I rotoli biblici di Qumran, dono di una comunità che ha vissuto con spirito integerrimo di fede la Torah, ha confermato l’importanza della parola scritta per svelare il mistero di Dio, contenuto simbolicamente espresso dal tempio.
Vivere l’escursione nel deserto toccando Qumran, Masada, Mar Morto, Gerico, monastero di San Giorgio, ha riconfermato i tratti fondamentali della storia della salvezza. Il deserto infatti è esperienza di silenzio e solitudine, è luogo di prova fisica e spirituale per superare la tentazione dell’autosufficienza, è luogo in cui può rinascere la relazione amorosa e sincera con Dio, solo nel deserto ci sono le condizioni per fare spazio alla ricchezza dell’Altro. La tentazione, nella forte calura, di allontanarsi dal dialogo con Dio, sfiduciati, depressi e rassegnati, è stata realmente percepita. Aver rinnovato le promesse battesimali nel luogo desertico del Giordano dove Giovanni Battista ha gridato l’urgenza della conversione, ha rinforzato la fiducia nella vita nuova portata da Cristo.
La sosta alla basilica dell’agonia nel Getsemani ha permesso di interrogarci sul mistero della sofferenza. Anche Gesù non ha potuto sottrarsi a “bere il calice”, ad accettare il sacrificio della sua vita. L’agonia è invocazione e affidamento nella prova; è lotta per superare il limite: anche nello sport si parla di agonismo per raggiungere la vittoria; è superamento della tentazione del fare la propria volontà piuttosto che quella divina. Non possiamo pensare di escludere dalla nostra vita l’agonia; la sofferenza va attraversata, come l’Angelo ha chiesto a Gesù. La passione di Gesù non è stata una semplice offerta sacrificale, ma un vero e proprio dono di vita nuova. Ha trovato collocazione in questo contesto la suggestiva ed emozionante visita al museo Yad Vashem, soprattutto nel cammino a passi incerti nel buio del padiglione dei bambini. L’olocausto pone un tremendo interrogativo: “Dio dove eri”? “Perché hai permesso tali efferatezze?”. Domande che rimangono come ferite nell’animo senza risposta, che rimandano all’unico senso che Cristo ha indicato, nel vivere “il mistero della passione e della morte” non come offerta sacrificale, ma come dono di vita nuova.
E’ così passo dopo passo il pellegrinaggio alla città santa è esploso nella gioia dell’esperienza del cenacolo sul colle di Sion. “Sion” nella Bibbia significa “fortificazione”, città conquistata da Davide, diventata città di Dio. “Sion” assume poi nell’evolversi della storia biblica un significato più vasto, più spirituale, indicando la presenza continua di Dio. Quando Salomone costruì il Tempio a Gerusalemme, Sion si estese per includere il Tempio e tutta l’area circostante. Sion venne usato come nome per la città di Gerusalemme, la terra di Giuda e il popolo d’Israele. Sion è diventato un termine teologico per definire Israele come popolo di Dio (Is 60,14) e poi nel Nuovo Testamento per indicare il regno spirituale di Dio, la Gerusalemme celeste: “Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, eletta, preziosa; e chiunque crede in lui non sarà confuso” (1 Pt 2,6).
Possiamo dire in conclusione che l’esperienza gerosolimitana è stata davvero esperienza di appartenenza a Sion, alla città di Dio, alla vita di Dio. Tornare alla nostra quotidianità è stata la conferma che la Gerusalemme terrestre è l’anticipo della Gerusalemme celeste.
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